A cura di Angelo Dallagrassa
Oneta: origine del nome
Il toponimo Oneta, localmente Oneda, è l’esito dialettale del latino “alnetum o alneta” derivato con il suffisso -etum di valore collettivo da alnus “ontano”, in dialetto “önés” con il significato di “bosco degli ontani”. Nelle varie citazioni documentarie che vanno dalla metà del 1300 sino alla fine del 1700, Oneta viene scritto con la lettera H davanti, più raramente, lo troviamo indicato con “Villa”, nome della frazione capoluogo del comune. “Villa” per gli antichi Romani era luogo di residenza, ma aveva anche il significato di centro economico ed amministrativo di una estesa proprietà di terre, dove si svolgevano specifiche attività produttive.
Oneta compare per la prima volta in un atto del notaio Giacomo Guerinoni di Gorno rogato il 27 gennaio 1352 “Die vigesimo septimo januarii, millesimi trecentesimo quinquagesimo secundo, Indictione quinta, in territorio de Honeta Communis majori consilii seu de Honio, in contrada de la Villa, sub cimiterio Ecclesiae gloriosissimae Assumptionis B. Mariae...” (1)
(1) Addì 27 gennaio 1352, indizione quinta, in territorio di Oneta comune del Consiglio Maggiore di Honio, in contrada di Villa sotto il cimitero della chiesa della gloriosissima B. Maria Assunta.
Stemma del comune
Tre monti di verde in campo azzurro con una croce che sorge sulla cima di mezzo, nella seconda parte una lampada da minatore in campo di colore argento.
Il soprannome degli abitanti di Oneta
Gli abitanti di Oneta sono soprannominati “Corvi”, in dialetto “Corf o Cornacc”, assecondando una tradizione secolare che vede le popolazioni di tutti i paesi della bergamasca classificati con un nomignolo più o meno gentile. Così per esempio, se consideriamo i nostri vicini confinanti, si dice: i “Lüf” di Gorno, i “Baloch” di Zambla Alta, i “Chisöi” di Oltre il Colle, i “Burlapom” di Premolo, i “Cam” di Colzate, i “Boassù” di Cornalba; tutti nomi che rivelano nel sottofondo un folclore popolare di evidente arguzia e comicità.
Il nomignolo, forgiato dalle generazioni del passato, svolgeva una funzione psicologica importante, finendo per assumere valore di emblema sotto il quale ogni abitante si identificava cogliendo il senso di appartenenza ad un luogo e ad una comunità ben definita. Non di rado il nomignolo era motivo di scherno e dileggio fra diversi paesi, che sfociava in risse nelle osterie e sassaiole fra ragazzi nelle strade, esasperando una forma di campanilismo sempre latente.
Oneta nei secoli
La storia della nostra valle ha visto un succedersi continuo di mutamenti, di trasformazioni, un alternarsi di condizioni climatiche che hanno generato situazioni ambientali molto importanti nella vita della flora, della fauna e dell’uomo. Durante la quarta e ultima glaciazione detta di Würm (da 115000 a 20000 anni fa) le nostre vallate erano abitate dall’orso delle caverne, dal bisonte, dal lupo, dalla renna, dal rinoceronte lanuto e dal grande mammuth. L’uomo che viveva ai margini della estesa massa di ghiaccio che ricopriva tutto l’arco alpino era dedito alla caccia ed alla raccolta di frutta spontanea. La sua vita si svolgeva in modo semplice, i gruppi umani erano composti da poche persone costituenti una famiglia o poco più, la vita media non andava oltre i 35 anni; il clima era freddo, l’ambiente povero, molto simile alle attuali steppe siberiane. Con il ritiro dei ghiacciai, in seguito ad un miglioramento del clima e all’aumento della temperatura, lentamente la nostra valle si ricopre di vegetazione, i grandi animali presenti durante la glaciazione scompaiono e ad essi si sostituiscono animali di taglia minore come il cervo, il cinghiale, il camoscio, lo stambecco, il capriolo, la volpe, il tasso, il castoro ecc. All’incirca 10000 anni fa inizia un evidente miglioramento del clima nel periodo definito Pre-Boreale e Boreale passando da molto freddo a caldo secco. In questo periodo l’uomo si inoltra nelle nostre valli per cacciare, e poi se ne torna in pianura, lungo il corso dei fiumi dove erige accampamenti.
Più tardi, nel periodo detto Atlantico (7500 - 5000 anni fa) il clima diviene caldo umido, la vegetazione si espande, appaiono le grandi foreste di pini, betulle, abeti, ontani, querce ed altre specie.
Le particolari condizioni climatiche, oltre ad altri fattori, favoriscono l’avvento di una grande rivoluzione che non troverà alcun paragone nei tempi successivi e che indirizzerà l’uomo con passo veloce verso la storia: l’avvento dell’agricoltura. Inizia ad addomesticare i primi animali, impara ad allevarli, raccoglie semi, dissoda la terra, semina ed in attesa del raccolto non abbandona il territorio, ma seguita a custodire e proteggere la sua terra dagli animali erbivori che altrimenti ne comprometterebbero il raccolto. L’attività agricola compare nelle nostre valli poco prima del 3000 a.c. importata dalla pianura padana, gli antichi cacciatori paleolitici stanziatisi sul nostro territorio si lasciano inevitabilmente conquistare e convertire dai prodotti coltivati.
Con la fine dello stadio climatico Atlantico, il caldo umido diminuisce e si riscontrano periodi di siccità (Sub-Boreale tra 3000 a.c. ed il 1000 a.c.). In questo periodo nasce la metallurgia: una grande conquista per l’uomo che vede aprirsi le porte ai prodotti di fusione ed al commercio dei manufatti ponendo il nostro territorio in una posizione di privilegio per il suo sottosuolo ricco di minerali di Zinco e Piombo.
Ormai la nostra valle è percorsa da uomini in continuo fermento, che possiedono insediamenti stabili, ma sentono anche il bisogno di tenersi in contatto con altre culture, per cedere i propri prodotti in cambio di altri beni, perciò cercano vie di comunicazione lungo le quali la nostra nascente comunità ha modo di entrare in contatto con popoli di grande civiltà traendo da essi motivi di sviluppo e progresso. Questi popoli come i Camuni, i Celti, i Liguri e i Padani e più tardi Italici ed Etruschi lasceranno un forte segno della loro presenza, del loro influsso culturale, costringendo i nostri antichi progenitori a subire ed accettare l’avvento della storia.
Si può quindi affermare che il vero inizio di un popolamento continuo del nostro paese avvenne solo con il V-IV millenio A.C., quando molte zone dell’Europa e dell’Italia settentrionale vennero occupate da popolazioni che conoscevano e praticavano l’allevamento del bestiame e l’agricoltura. Queste innovazioni si integrarono alle economie locali dei gruppi nomadi di cacciatori, dando inizio ad un modo di vita più articolato, basato su caccia-allevamento e sulla coltivazione.
In sintesi, i principali avvenimenti che hanno caratterizzato i nostri luoghi sono stati distinti in due periodi fondamentali: periodo avanti Cristo, a partire dal 2500 e periodo dopo Cristo, sino ai giorni nostri, un arco di tempo di 4500 anni in cui Oneta si inserisce a pieno diritto in quella storia universale, unica e inscindibile, di cui tutti noi siamo figli.
Periodo Avanti Cristo
La tribù
2500/1200 - La scoperta avvenuta nel 1963, presso il Canale d’Andruna nel comune di Premolo, di una sepoltura contenente sette individui con oggetti di selce levigata, ci induce a credere che il nostro territorio fosse già abitato da una popolazione dedita alla agricoltura, a stretto contatto con la straordinaria Civiltà dei Camuni.
· Periodo archeologico corrispondente: età del Bronzo
· Stadio climatico: sub-boreale, temperatura in diminuzione e siccità
· Animali domestici : cane, bue, capra, suino, ovino
· Innovazioni tecnologiche: specializzazione nella lavorazione dei metalli e tessitura
· Attività economiche essenziali: agricoltura, allevamento, lavorazione dei metalli
· struttura socio-politica: tribù
· Credenze religiose: culto degli spiriti e degli eroi
I Celti
1200/600 - Si insedia nella nostra valle un nuovo popolo proveniente dall’Europa centrale appartenente ad un gruppo linguistico omogeneo, sono i famosi “Celti”; erano anche chiamati “Galati” dai Greci e “Galli” dai Romani.
Il flusso migratorio di queste popolazioni si intensificò verso l’anno 1000, che corrisponde alla fase artistica di “Hallstatt”, per raggiungere momenti di vera invasione alla fine del VII secolo, corrispondente al periodo conosciuto di “La Tène” . Con i Celti si vede il sorgere delle prime entità politiche, provocando notevoli mutamenti nella struttura sociale economica e culturale delle nostre comunità. Le popolazioni Orobiche o popolo degli Orobi, distribuiti geograficamente nella zona prealpina ed in parte nella Padania, sono infine gli stessi Celti, la cui struttura del linguaggio è alla base del nostro dialetto. Il capoluogo Bergamo, in dialetto Berghem, secondo la lingua Celtica deriva da Berg (monte) e da Hem (abitazione); molti luoghi denominati con strani nomi sono in realtà l’antico nome in lingua celtica.
· Periodo archeologico corrispondente: bronzo finale ed età del ferro
· Stadio climatico: fine sub-boreale, inizio clima odierno
· Animali domestici: cane, bue, cavallo, asino, capra, anitra, pollo, oca, e nella fase tarda il coniglio
· Struttura socio politica: unità etno-politica, fase embrionale di nazione
Gli Etruschi
600 - Oneta conosce la potente ed impetuosa espansione degli Etruschi, popolo la cui grande civiltà si è sviluppata in Toscana e Lazio. Gli Etruschi sono i promotori dello sviluppo e della evoluzione culturale dei popoli italici e i veri artefici della futura ascesa dell’occidente. Essi sono portatori di una civiltà autonoma, viva e affascinante quanto enigmatica, che fonda la sua principale base economica sulla coltivazione delle miniere di rame, ferro e zinco, sull’artigianato e sul commercio che arrivava a toccare i confini di tutto il mondo conosciuto di allora. Per alimentare la sua fiorente industria, questo popolo straordinario e singolare inizia uno sfruttamento intensivo delle nostre miniere. L’attenzione è rivolta all’estrazione della Galena, (Solfuro di Piombo) minerale dal quale si ricava il Piombo e in minima parte (circa 0,1% a 0,3 % ) Argento, e in particolare della Calamina (silicato di Zinco), minerale da cui si estrae lo Zinco, essenziale per ottenere il Bronzo, lega composta da Zinco e Rame. Vengono praticate delle gallerie a cunicolo che seguono la vena metallifera fino ad esaurimento, utilizzando attrezzi rudimentali.
Avere il monopolio delle miniere era fondamentale per quelle antiche popolazioni, l’attività connessa alla lavorazione e al commercio dei minerali produceva ricchezza e potere. L’attrattiva per i metalli spingeva molta gente a migrare nella speranza di migliorare la propria condizione, finendo per scontrarsi con gli interessi di altre popolazioni che non avevano alcun desiderio di condividere le proprie ricchezze con popoli di altre culture, solitamente ostili. La difesa degli interessi economici generava liti che sfociavano spesso in guerre sanguinose.
Anche gli Etruschi hanno lasciato importanti testimonianze nel nostro dialetto e nella denominazione di molti luoghi; ad esempio molti nomi che terminano in -asco oppure -asca , vedi Monte Trevasco, la frazione Grabiasca del comune di Gromo, Martorasco frazione di Parre, sono di chiara derivazione Etrusca. Per rimanere in casa nostra, “Ril” (1) è anch’essa una parola etrusca ed è il nome di un luogo situato poco sotto la contrada Plazza; significa solco prominente e divisorio e “sdrilà” significa scavare quel solco.
La valle che segna il confine del nostro comune con Gorno, detta “Vallorso”, veniva pure chiamata “Vallarzo”, le radici etimologiche di tale nome affondano nella lingua e nella cultura delle civiltà che si sono susseguite sul nostro territorio nel corso dei secoli. Le trascrizioni e le storpiature fonetiche hanno dato origine a vere e proprie trasformazioni dei nomi originari, rendendo assai ardua la loro decifrazione, con la possibilità di cadere in fantasiose interpretazioni.
(1) Oggi il luogo viene chiamato “Dril”, è stata una trasformazione per comodità fonetica, infatti nell’estimo del 1671 vengono menzionati gli eredi di q: Giovanni Paino di Ril, il passaggio da di-Ril a Dril è stato facile.
Le invasioni barbariche
550 - Prima invasione dei Galli Senoni, popolo di natura selvaggia e bellicosa, dedito alla caccia e alla pastorizia. Provenienti da varie regioni dell’attuale Francia e Belgio, si insediano nel nostro territorio evolvendosi lentamente verso forme di vita civile: cominciano a praticare l’agricoltura e a costruire raggruppamenti urbani su alture.
428 - Seconda invasione dei Galli Senoni, entrano in conflitto con le nostre comunità, che per difendersi si alleano ai Romani, i quali danno inizio alla loro inarrestabile espansione.
Gli antichi romani
196 - Definitiva vittoria dei Romani sui Galli, il nostro paese assume il nome latino “Alnetum”.
87 - Grazie agli aiuti che le comunità Orobiche mandano a Roma durante la guerra sociale, le popolazioni dell’area sub-alpina che si estendeva a nord del fiume Po, ricevono in premio dal Senato Romano la cittadinanza latina conosciuta pure sotto il nome di diritto italico.
Tale concessione dava la cittadinanza romana solo ai rappresentanti eletti dalle comunità stesse; era una mezza misura che non soddisfava appieno le aspirazioni delle popolazioni Transpadane, tuttavia è un importante passo verso la piena e totale cittadinanza che arriverà qualche decennio dopo.
49 - Giulio Cesare concede a Bergamo e alle comunità delle valli, la cittadinanza Romana “pleno iure”. Con la “lex Julia municipalis” vengono uniformate le costituzioni dei nuovi municipi secondo uno schema che prevedeva una curia e decurioni, comizi elettivi dei magistrati.
Il popolo della nostra valle entra a far parte di uno Stato organizzato secondo il sistema municipale dipendente da Roma.
16 - I romani conquistano definitivamente le nostre vallate, le antiche tradizioni celtiche vengono gradatamente abbandonate, Oneta viene assorbita nell’organizzazione economica e religiosa della grande civiltà latina.
In base alla suddivisione dell’Impero Romano con il sistema delle tribù, che includeva due ordini: le tribù urbane, corrispondenti alle città con i suoi quartieri, e le tribù rustiche, appartenenti ad una precisa area geografica accumunate dalla stessa lingua e dalle medesime tradizioni, la Valle Seriana Superiore viene iscritta nella tribù romana “Voturia”, indicata sulle iscrizioni con le lettere VOT.
Periodo Dopo Cristo
60 - Prima attestazione storica dello sfruttamento delle nostre miniere da parte dell’erudito latino Plinio il Vecchio morto nel 79 dopo Cristo, nel suo trattato “Naturalis Historia”, che scrive: “Fit aes et e lapide aeroso, quem dicunt cadmiam. Celebritas in Asia et quondam in Campania, nunc in Bergomatum agro”. (1) Quell’”aes” che può significare rame e anche bronzo, nel nostro caso indica precisamente bronzo, poiché “lapide aeroso, quem dicunt cadmiam” non può essere altro che la nostra calamina. Quindi la frase pliniana va tradotta: “si ottiene bronzo anche da un minerale bronzifero, detto calamina”.
(1) Si ottiene bronzo da un minerale bronzifero detto calamina. In grande quantità in Asia e un tempo in Campania, ora nel territorio di Bergamo.
68 - La presenza Romana è testimoniata dal rinvenimento di monete all’interno delle nostre miniere con l’effigie dell’imperatore Galba, successore di Nerone. (Dizionario Odeporico di Elia Fornoni) L’attività estrattiva si intensifica attraverso l’utilizzo di manodopera coatta “schiavi” oppure condannati a lunghe pene detentive “damnati ad metalla”.
Una ulteriore conferma della presenza degli antichi romani nelle nostre valli, viene da alcune iscrizioni ritrovate in Val Seriana nel territorio di Clusone con le indicazioni delle lettere “VOT” riferite alla tribù romana “Voturia”.
I Goti
401- Invasione dei barbari Goti capitanati da Alarico; tutta la terra bergamasca conosce una tremenda distruzione. Il valore strategico delle nostre miniere inserisce Oneta negli interessi dei nuovi conquistatori, sottoponendola al giogo barbarico. Ammiano Marcellino, storico greco vissuto tra il 325 e il 400 circa, descrive i Goti come popoli coraggiosi e guerrieri, narrando i loro usi crudeli, il loro amore per la guerra, il combattimento, le devastazioni e le violenze. La loro lingua indoeuropea appartenente al gruppo germanico orientale lascerà non poche testimonianze lessicali nei nomi dei nostri luoghi e nei nomi di persona.
Gli Unni
450 - Nuovo attacco di popoli stranieri, questa volta sono gli Unni di Attila. Sono di origine asiatica, nomadi d’istinto, senza alcun legame con la terra. Passano la loro esistenza a cavallo, per combattere, per deliberare, per riposare. Non riconoscono alcuna autorità, né legge, ma si limitano a seguire il capo che ingaggia battaglia; una battaglia caratterizzata da una furia dirompente e da urla terribili che seminano il terrore nelle file avverse. E’ un periodo di grande sofferenza per la nostra piccola comunità che deve sopportare le continue scorrerie degli uomini di Attila ed affrontare una micidiale pestilenza che si propaga a macchia d’olio su tutta la nostra regione.
I Vandali
455 - Due paurose incursioni: Genserico a capo dei Vandali e poi degli Alani. Queste popolazioni germaniche orientali, con i loro assalti e distruzioni, hanno lasciato nei ricordi della nostra gente un’immagine indelebile che si è trasferita persino nel lessico, sicchè i nostri antenati hanno classificato con il termine “vandalo” chi distrugge o rovina senza necessità e senza ragione.
La guerra Gotica
536 - Inizio della guerra Gotica, venti anni di distruzioni, durante i quali le popolazioni delle nostre vallate vengono messe a dura prova.
La peste del 542
542 - Scoppia una epidemia di peste che percuote con estrema violenza le nostre vallate. Prima della fine del secolo scoppieranno altri tre immensi focolai epidemici, che costarono la vita a migliaia di abitanti delle città e dei villaggi rurali. Lo spopolamento fu tale da permettere a popoli d’oltre confine di impadronirsi praticamente indisturbati dei territori abbandonati.
I Longobardi
569 - Provenienti dalla Pannonia, l’odierna Ungheria, passando dal Friuli, arrivano i Longobardi guidati dal loro re Alboino. Dilagano, senza trovare resistenza di sorta, in tutta la nostra regione che allora si chiamava Liguria e che da loro prenderà il nome di Longobardia. Essi trovano il nostro territorio fortemente spopolato.
Questo popolo di stirpe germanica, le cui origini vengono fatte risalire alla penisola Scandinava, è legato da tradizioni e costumi che sconvolgeranno la struttura politica, sociale ed economica della civiltà latina. Le genti dalle “lunghe barbe” nomadi e guerrieri, sebbene semipagani, non perseguiteranno i cattolici, privi di leggi scritte lasciarono liberi i vinti di seguire il diritto romano. Tuttavia imposero complicati sistemi di tassazione, fra i quali la “terzia” che consisteva nella cessione di un terzo dei prodotti e, in luogo dell’imposta diretta fondiaria, un sistema di imposte indirette (diritti di mercato, transito, caccia, ecc.) pagate per lo più in natura.
Le nuove famiglie longobarde, giunte nel nostro paese, si fondono gradualmente con la nostra popolazione, permettendo la ripresa demografica e un nuovo impulso delle attività economiche.
Il governo dei vescovi
904 - Berengario, re d’Italia, affida al vescovo Adalberto la giurisdizione del nostro territorio. Durante il governo dei vescovi, che con alterne vicende durerà circa 300 anni, si delineano e si consolidano i confini e le proprietà comunali, nel cui contesto si colloca il diritto di possesso del monte Grem da parte del comune di Gorno. Non conosciamo le ragioni e gli strumenti attraverso i quali la comunità di Gorno è diventata proprietaria di un territorio molto esteso destinato al pascolo ed economicamente molto importante anche per Oneta. Fu molto probabimente un acquisto avvenuto in piena regola sulla base anche di una ripartizione delle terre pascolive assegnate ai comuni dai giudici del tempo, in proporzione agli abitanti e in relazione ad un certo diritto di “prelazione” già acquisito nel tempo. E’ una ipotesi possibile considerato che il vescovo Guala cedette al comune di Gorno nel 1179 tutti i beni stabili che vi possedeva.
Il monte Grem, nonostante le reiterate rivendicazioni più volte manifestate dai nostri abitanti già dal XVI secolo, è rimasto di proprietà del comune di Gorno, anche se tale territorio rientra nella superficie censuaria di Oneta. La contesa per il possesso del monte dovette essere molto forte interessando anche altri comuni come ad esempio Oltre il Colle, lasciando strascichi di malcontento per molte generazioni. Nei racconti popolari, la contesa che aveva solide radici storiche, finì col tempo per assumere le caratteristiche di una leggenda, ciò serviva per coloro che avevano perduto la disputa ad esorcizzare oppure a giustificare che quel territorio non era stato assegnato per giusta causa, bensì era stato acquistato con l’astuzia e l’inganno. Ecco il racconto come è stato tramandato a voce e poi narrato per iscritto da Noemi Paganoni, nel libro “La bergamasca in montagna”:
La leggenda del Grem
In epoca remotissima, una disputa per il possesso dei pascoli sorse fra due paesi alle falde del Grem. La contesa si protrasse per anni, finchè ci si accordò di lasciare decidere a giudici neutrali, i quali si affidarono al “giuramento”. Fu così che il rappresentante di uno dei due paeselli, e precisamente di quello che era dalla parte del torto, si riempì le scarpe con la terra del proprio orto e, giunto alla cima del monte, teatro della disputa e dove si erano insediati i giudici, solennemente giurò che la terra che in quel momento aveva sotto i piedi era, per diritto secolare, di pieno possesso del suo paese. In tal modo il diritto di pascolo passò in possesso del comune che vantava uomo tanto astuto. Ma la leggenda afferma che, dopo la morte del quasi spergiuro, la sua ombra prese a vagare di notte per le vaste praterie del Grem, montando un cavallo di fuoco; a mezzanotte in punto, nella casa dove aveva abitato si sentivano rumori di catene e lamenti.
980 - Ottone II Re di Sassonia dona al vescovo di Bergamo tutte le contribuzioni e tutti i diritti sui villaggi della valle.
Fondazione della parrocchiale S. M. Assunta
1014/1015 - La data di fondazione della parrocchia di Oneta non è certificata da alcun documento, tuttavia per valide ragioni si può ritenere che la sua nascita debba farsi risalire a tale periodo. Don Antonio Canova, che ha retto la parrocchia dal 1888 al 1921, si era fatto una precisa convinzione in merito a tale datazione per aver consultato un codice pergamenaceo, purtroppo scomparso, dove era descritta una cronaca degli avvenimenti della valle e dei paesi vicini. Forse proprio da questa cronaca egli ricavò la notizia della fondazione della parrocchia nel 1014-1015.
La piccola chiesa preromanica venne dedicata a Santa Maria Assunta: questo titolo è tuttora conservato e celebrato con la festa del 15 agosto, ogni anno. Nel Medioevo questa solennità si collocava nel mezzo della stagione dei grandi raccolti cerealicoli, assumendo anche un significato collettivo di giornata del ringraziamento.
In occasione dei restauri affrontati all’inizio del secolo don Canova fece dipingere, di fronte all’arco del presbiterio, un’iscrizione latina in cui si legge: “D.O.M. ET B.M.V. ASSUMTAE HAEC SACRA HAEDES AN. MXV CONDITA MDXIV AMPLIATA NOVEQUE CONSECRATA MDCCCXXXIII UDIS ICONIBUSQUE EXORNATA” che tradotta ha il significato di: “Questo sacro tempio dedicato a Dio Ottimo e Massimo e alla Beata Vergine Maria Assunta venne fondato nel 1015, ampliato e di nuovo consacrato nel 1514, decorato con tinte e affreschi nel 1833”. Incerto fra la data 1014 o 1015, scelse poi di celebrare il nono centenario della fondazione il 18 luglio 1914, alla vigilia dell’incoronazione della Madonna del Frassino.
La convinzione che la chiesa di Oneta avesse una certa importanza nei secoli passati è suffragata da un documento del 1666 di Giacomo Marenzi in cui si legge che il parroco di Oneta aveva il titolo di Vicario Foraneo. (1)
(1) Il titolo di vicario foraneo era assegnato al parroco a cui erano sottoposte più parrocchie costituenti il vicariato di sua competenza.
Le pietre tombali
Durante i lavori di rifacimento del pavimento nella parrocchia di Oneta, affrontati da Don Gustinetti, sono venute alla luce tre sepolture coperte da lastre in pietra quadrate di 50 cm di lato, due delle quali portavano incise un simbolo particolare che al momento sembrava di significato oscuro. Le pietre vennero riposte in un angolo accanto alla canonica e per alcuni anni rimasero indisturbate. Quando si diede mano alla sistemazione dell’oratorio e alla costruzione del campo di bocce, le pietre sparirono!
Grazie al ricordo di quei segni rimasti impressi nella memoria di qualcuno è stato possibile ricostruire il simbolo inciso sulle lastre; era la rappresentazione stilizzata di una palma che nei primi secoli del cristianesimo veniva spesso scolpita sulle pietre tombali. La palma rappresenta la vittoria dell’anima sulla morte, un semplice segno ma con una valenza simbolica immensa. Una commovente testimonianza di fede dell’antico popolo di Oneta in quel vasto desiderio di immortalità che inquietava il mondo già molti secoli prima della venuta di Cristo.
La distrazione verso i segni lasciati dagli avi finisce per arrecare seri danni alla conoscenza, poiché le pietre “parlano”, ed anche un semplice simbolo può essere importante se non addirittura fondamentale per illuminare un avvenimento della storia umana.
La lapide funeraria
Una lapide funeraria è visibile sopra il muro della Cavallera in posizione orizzontale; venne collocata nell’anno 1800 a copertura del muro di sostegno della chiesa parrocchiale. Non è facilmente leggibile, solo quando piove si evidenziano meglio le incisioni ed allora compare un cerchio (forse un astro del cielo: il sole o la luna) e quindi una scritta latina dove si legge abbastanza bene la parola “MOL” che sta per “Mulier” (moglie), sotto a seguire divisa in due parti “IMENEV” che sta per “Imeneu” (Nozze) poi la parola “UXORI” cioè (alla moglie), ed altri segni non decifrabili, infine il disegno parziale di una foglia che compare nella parte terminale della pietra. Sul significato della foglia vale lo stesso ragionamento fatto per le pietre tombali. Forse fu la pietà di un uomo in memoria della propria sposa morta nei primi secoli dell’era cristiana a lasciare una testimonianza di fedeltà e amore. Uno studio particolareggiato da parte di specialisti potrebbe dare una migliore spiegazione, sul significato e sull’epoca di appartenenza.
La presenza di questi reperti è una ulteriore attestazione che gli insediamenti umani nella valle del Riso si perdono nella notte dei tempi.
La colonna preromanica
Una colonna è collocata di fianco al portico della chiesa sul lato destro, si compone di una base a tre lobi da cui si erge un fascio colonnare formato da tre semicolonne unite tra loro come un littorio romano sopra il quale è posto un capitello scolpito con tre volti umani un poco stilizzati (tutti in paese li chiamano mascheroni), sulla sommità è stata fissata una croce in ferro lavorata. Per l’antica popolazione di Oneta la colonna con i tre volti poteva richiamare il mistero della SS. Trinità e forse per tale ragione è stata conservata e collocata accanto alla chiesa.
Essa potrebbe assurgere a simbolo della piccola piazza per il suo valore storico ed artistico oltre che per le singolari caratteristiche non facilmente riscontrabili in altri paesi assai più grandi e con ben altra storia sulle spalle. L’interessante manufatto si configura nel periodo preromanico o altomedievale (IX° - XI° secolo) e nulla vieta di pensare che sia un elemento appartenuto all’antica chiesa. Sicuramente è un reperto di grande suggestione, che arricchisce la piazza e il complesso architettonico della chiesa, sollecitando non poco la curiosità di tanti visitatori.
L’epoca comunale
1098 - Nasce l’epoca comunale, cessa il governo vescovile e subentra la giurisdizione dei cittadini. Oneta elegge i propri “Huomini del comune” con semplici votazioni, essi imparano, sulla base di leggi e capitoli, ad amministrare autonomamente il loro territorio. Con la società dei Comuni, nasce una nuova classe di professionisti con una cultura laica, accanto o più spesso contro quella dominante della Chiesa. Podestà, notai e uomini di legge sono gli artefici del primo umanesimo civile che aiuterà il sorgere di un periodo di grande fervore culturale e di intenso sviluppo economico.
Federico Barbarossa
1166 - L’esercito di Federico I°, meglio conosciuto come il Barbarossa, scende con un numeroso esercito dalla Germania, entra in Vallecamonica mettendo a dura prova la popolazione. Una grossa colonna cala dal Barbellino seguendo nella conquista la direttrice Bondione - Clusone - Gandino - Fiorano. I soldati non si pongono limiti al saccheggio e alla distruzione.
La battaglia di Legnano
1176 - Trionfo dei Comuni della Lega Lombarda sul Barbarossa nella storica battaglia di Legnano. Lo scontro, iniziato all’alba del 29 maggio, vide la distruzione della potente cavalleria tedesca ad opera della Compagnia della morte al comando di Alberto da Giussano e della Compagnia popolare dei Trecento poste a difesa del carroccio. Si arriva alla pace di Costanza che viene firmata il 25 giugno 1183. Dopo la vittoria dei Comuni, tutte le contribuzioni e tutti i diritti sul nostro territorio tornano di nuovo al vescovo di Bergamo.
Guelfi e Ghibellini
1206 - Si avvertono le prime scintille di dissidio tra Guelfi (filo-papali) e Ghibellini (filo-imperiali). Oneta viene inevitabilmente coinvolta nella lotta fra le fazioni che sono favorevoli all’autorità Papale o a quella Imperiale.
La lega di Honio, alla quale appartiene anche il nostro paese, si schiererà con la fazione Ghibellina. Considerando la pressochè totale e incondizionata sottomissione al potere spirituale delle popolazioni valligiane sin dalle origini del cristianesimo, e il grado di notevole emancipazione democratica che la nostra gente seppe raggiungere con gli Statuti, è logico pensare che gli Onetesi di allora fossero di parte Guelfa, tuttavia per fatti e circostanze particolari il nostro paese si trovò a parteggiare con la fazione ghibellina. Si suppone, inoltre, che in tale periodo vivesse nel nostro paese una nutrita colonia Pisana, dedita allo sfruttamento delle miniere e notoriamente di tendenza ghibellina, che influenzò la popolazione di Oneta nella scelta tanto radicale quanto rivoluzionaria.
Il libero Comune
1230 - Nasce la Società del Popolo, detta anche del Libero Comune, è l’inizio di un regime comunale più democratico. Oneta elegge i suoi uomini al governo della cosa pubblica per estrazione a sorte, redige il proprio Statuto con lo scopo fondamentale di regolare le attività del suo piccolo Comune e per determinare i doveri ed i diritti di tutti gli abitanti. Tutte le disposizioni o capitoli dello statuto assumono la forza di vere e proprie leggi, dove la popolazione chiamata in assemblea “per tolam batutam vel ad sonum campanae” (1) dichiara solennemente di attenersi alle regole convenute. La durata dello Statuto era temporanea poiché era soggetto a continue revisioni ed emendamenti ed integrato dalle nuove ordinanze, che man mano, si aggiungevano alla originaria collezione statutaria. Una volta approvato ed ufficializzato, una copia dello statuto veniva esposto al pubblico fuori dalla “casa” del Comune e saltuariamente letto da una persona letterata davanti alla popolazione riunita in assemblea.
Il vecchio mondo feudale con le sue consuetudini, con le sue regole non scritte, lentamente ma inesorabilmente scompare, all’orizzonte si vede approssimarsi con passo svelto una società più giusta, composta da cittadini che non sono più nè sudditi nè servi, ma soltanto uomini liberi. Le cariche amministrative vengono rinnovate ogni anno, la più importante è quella del “Console”, paragonabile al sindaco attuale, che viene eletto dall’assemblea pubblica al primo di gennaio di ogni anno. Seguivano per importanza i “Deputati”, uno per ogni contrada, paragonabili agli attuali assessori, il “Canepario”, con l’incarico di tesoriere, i “Sindici” uno per ogni contrada, facevano funzioni di controllo e revisione dei conti, i “Campari”, con il compito di vigilare sui beni del comune.
Ogni 1° di gennaio vengono messi all’incanto i due mulini del comune, uno situato nella contrada detta appunto dei Molini, chiamato “Mulino della Val Fosca” (2), l’altro chiamato “Mulino del Budrico” (3) posto in prossimità del ponte della Cavrera. Altri incanti erano la “Taverna comunale”, il “dazio del vino” e “li fornidori”, quest’ultimi con l’incarico di fornire merci non di produzione comunale.
(1) La “tolam batutam” era uno strumento che si adoperava per convocare gli abitanti di un comune al consiglio: Era di forma circolare in legno, ricoperta con una lamiera attaccata alla quale vi erano dei chiodi appesi. Questo arnese quando veniva percosso emetteva un rumore prodotto dai chiodi contro la latta; da qui il nome (tola) in dialetto bergamasco ancora oggi sta ad indicare (latta).
(2) Il Mulino della Val Fosca è documentato già dal 1513, verrà chiamato con vari appellativi legati al nome del “molinaro”; nel ‘700 lo chiamano “Zanetti” ed in epoca più recente con il nome di Mulino del “Baco”, soprannome dell’ultimo mugnaio.
(3) I ruderi di questo antico Mulino sono ancora riconoscibili sebbene l’ingiuria del tempo e l’espandersi della vegetazione lo abbiano completamete distrutto. Il prezioso Codex Guerinonianus lo cita in un atto notarile registrato l’11 gennaio 1513.
Oneta consolida i propri confini
1234 - Il Comune di Oneta si consolida con la definizione dei confini tra i Comuni di “Vertova, Colzate, Gazzaniga, Asmonte (Semonte)” da una parte e “Leverene, Bracha, Gorne et Honeta” dall’altra. Nello stesso periodo la sua piccola comunità è in stretta connessione, soprattutto a livello patrimoniale, con la “Lega di Honio”
La Lega di Honio
Questo antico e ancora poco chiaro sistema federativo dei Comuni venne formalmente abrogato dal Consiglio Maggiore della città di Bergamo nel 1263, tuttavia di fatto durerà con alterne vicende fino al 1827. La federazione è composta dai comuni di “Honeta, Honio (Vertova), Bondo di Barbata, Colzate, Semonte, Gazzaniga e Rova”. La Lega di Honio, chiamata anche “Concilium de Honio” è regolata da uno statuto in grado di soddisfare le esigenze politico-amministrative delle comunità che ne fanno parte.
Il motivo di tale singolare unione è da attribuire a fattori economici e politici. Oneta è un paese ricco di boschi, pascoli ed estesi giacimenti di minerali metalliferi di Zinco e Piombo; il suo territorio è attraversato da una importante via di comunicazione con la Valle Brembana che permette alla Lega di sviluppare scambi commerciali al di fuori del proprio ambito territoriale; nello stesso tempo le sue montagne consentono una formidabile difesa alle incursioni indesiderate. Con l’emancipazione ottenuta attraverso il libero comune, i nostri antenati sentivano fortemente la necessità di coalizzarsi con altri paesi per sostenersi a vicenda, per migliorare le condizioni della vita civile, per una maggiore indipendenza politica ed economica dal dominio dell’autorità statale. Una comunità isolata, senza legami esterni, aveva poche possibilità di sopravvivere.
Gli Statuti della Comunità di Honio si compongono di 209 capitoli, hanno valore di regolamento in tutte le attività del quotidiano, dall’edilizia alla polizia comunale, acque e fontane, vie e strade, fiere e mercati, molini, esercizi pubblici, agricoltura, taglio dei boschi ed economia rurale. Al comune è riservata la taverna per la vendita del vino, tale esercizio è regolato da norme severe, tra cui quella che nessuno vi entrasse prima dell’Ave Maria del mattino e vi restasse dopo l’Ave Maria della sera. Severe punizioni venivano inflitte ai contravventori. Si proibiva che si facessero latrine nelle vie pubbliche e che si lasciasse il letame anche nelle vie meno importanti per più di un mese. Era punito con 20 soldi imperiali chi avesse dato uno schiaffo, un pugno, un calcio e 40 soldi chi avesse colpito col bastone, con una pietra o avesse sguainata una spada. In chiesa le donne nei giorni festivi non potevano oltrepassare la pila dell’acqua santa verso oriente. Era punito chi disonorava le feste lavorando. Dall’estratto del registro comunale di Oneta del 1547 si legge: “ Jesus Maria adi 29 giugno 1547 nel luogo solito del comune se comanda che color del comuno de Honeta che desonora la domenega, chel ge sia pena di 5 soldi imperiali, et la festa del Apostol in Chignol chel ge sia di 2 soldi imperiali et 10 soldi per la festa de S. Maria zovè elisabet del Frassen et la festa della Asontio”. (1)
(1) Questo registro comunale è purtroppo scomparso da molti anni. Don Olmo lo consultò nel 1877 in preparazione alla sua storia sul Frassino. La scomparsa della preziosa documentazione rappresenta una grave perdita per la storia di Oneta.
La guerra delle fazioni
1264 - Infuria la guerra tra Guelfi e Ghibellini. Il profondo dissidio investe tutta la nostra provincia con gravi danni e molte vittime. Le due fazioni si scontrano principalmente nella città di Bergamo, hanno come rappresentanti i Colleoni (per i Guelfi) e i Suardi (per i Ghibellini). Nel marzo 1296, un certo Jacopo da Mozzo viene ferito a morte da un caporione dei Colleoni, ne segue un sanguinoso conflitto con incendi e rovine dove i Suardi hanno la peggio. I Suardi chiamano allora in aiuto la Signoria dei Visconti di Milano e i Colleoni sono costretti alla fuga. La lega di Honio si schiera a favore dei Ghibellini
La Signoria
1332 - In questo clima di assoluta discordia, tutto il territorio bergamasco finisce sotto la dominazione viscontea guidata da Azzone Visconti, che durerà, tra tasse durissime, miseria oppressioni e feroci repressioni, una settantina di anni.
1395 - Il 3 novembre la lega di Honio viene attaccata dai Guelfi, un’altra incursione avviene il 16 maggio 1396, ma fu il 10 giugno 1398 che “...una grandissima quantità di Guelfi al numero di 2000 circa vennero nel territorio del comune di Honio ammazzandovi uomini e donne, quindi incendiarono Vertova. Vengono uccisi 34 uomini e 10 donne, viene fatta razzia delle bestie, dei mobili, e persino dei letti”.
Il 30 agosto 1399 di nuovo i Guelfi rubano ai Ghibellini di Honio 36 vacche e alcune cavalle. Infine il 21 settembre 1406 (scrive il Castello Castelli), i Guelfi vennero correndo al territorio di Honio, rubarono 32 pecore e capre e presero il Gran Paino da Villa pittore e lo condussero prigioniero sopra il monte Selvino, ma lo lasciarono il giorno seguente.
I Disciplini
1399 - A causa della guerra e delle continue distruzioni una nuova pestilenza si abbatte su tutta la bergamasca. Gli animi si quietano e “in una disperata invocazione alla bontà di Dio” si organizzano grandi processioni che girano per i paesi della valle: uomini e donne vestiti di bianco con un cappuccio sul capo, procedevano in processione cantando lo Stabat e il Miserere, gridando “Pace e Misericordia” , ma la tregua è soltanto temporanea. Queste figure incappucciate erano membri di compagnie religiose conosciute come Disciplinanti che nel Medioevo e, a periodi ricorrenti, fino al secolo XVII usavano flagellarsi pubblicamente per penitenza, (donde anche il nome di flagellanti). A Clusone, sulla parete esterna dell’oratorio dei Disciplini, vi è un grande affresco sul tema della Morte e del Giudizio detto della “Danza macabra”; fra i tanti personaggi ben caratterizzati nella composizione pittorica spicca un Disciplino vestito da una lunga veste bianca con cappuccio, che gli nasconde il volto.
I verbali relativi alla visita del vescovo Federico Cornaro del 1624 che descrivono sommariamente lo stato della parrocchia di S. M. Assunta, accennano ad un non ben definito “ballo dei Disciplini” che stava sopra la porta maggiore della parrocchiale di Oneta, non specifica però se stava fuori o dentro la chiesa. Nel verbale si legge infatti: “quel ballo delli disciplini non sta bene sopra la porta della chiesa”.
San Bernardino da Siena
1419 - Inizia la sua predicazione nelle nostre valli San Bernardino da Siena, con l’intento di pacificare gli animi delle popolazioni duramente provate dalle continue guerre. Rimane sul territorio bergamasco per 24 anni consecutivi, verrà canonizzato nel 1450. Le parole di pace e di concordia del Santo, convinsero le fazioni avverse ad abbandonare la lotta armata.
Oneta volle ricordare per riconoscenza S. Bernardino, scolpendo il suo stemma sull’architrave della porta principale della chiesa parrocchiale (architrave che porta la data 1493) e dedicandogli un altare. Nella relazione della visita di San Carlo Borromeo (6 ottobre 1575) è scritto che nella chiesa c’erano tre altari, dei quali uno dedicato a S. Bernardino. Il simbolo del santo è rappresentato da un sole fiammeggiante nel cui centro è inciso il monogramma di Cristo “JHS”. Con vera sorpresa, lo stesso simbolo compare alla Madonna del Frassino dipinto sotto la volta della vecchia cappella parzialmente riportata in luce durante i lavori per l’intercapedine areata. E’ questo un elemento importante che permette di ricostruire con maggiore chiarezza la storia del nostro Santuario.
Le prediche di S. Bernardino si sono in parte conservate grazie alle trascrizioni che ne fecero i cronisti del tempo; è sufficiente leggerne solo una piccola parte per comprendere il senso accorato e l’ansia del predicatore nel cercare elementi convicenti per far cessare il massacro. Ecco come si rivolgeva alla folla:
“...Oh quanta iniquità è questa, che tu mi vuoi disfare, e non ti fece mai dispiacere! Oh che iniquità è questa! Ché se fussero mille guelfi, e uno fanciullino fusse nato d’uno dì, e fusse nato ghibellino, di subito sarà odiato da tutti loro. Oh, oh, oh! Che iniquità è quella, che a uno fanciullino così piccolino sia portato tanto odio! Mal fai: e tu il conosci. Contra a questi tali dice Giovanni nella sua Canonica, nel III cap.: Qui odit fratrem suum homicida est: Colui che odia il fratello, è omicidiale. O guelfo o ghibellino, quanti l’hai in pensiero d’ammazzare? Di quanti hai il pensiero, di tanti se’ micidiali...”
La Repubblica di Venezia
1427 - Il duro potere esercitato sulle nostre comunità dai Visconti, in particolare l’obbligo della prestazione militare nell’esercito Ducale, fece crescere il malcontento sino al punto di far desiderare la sottomissione ad un governo più mite, quale poteva essere quello della Repubblica Veneta. La propaganda dei Guelfi a favore di Venezia e la riconosciuta grandezza del suo governo democratico indusse le comunità dell’alta Valle Seriana, compresa Oneta, ad offrirsi spontaneamente a quella grande Repubblica Marinara, a condizione di mantenere autonomia nel civile e nel penale dalla città di Bergamo.
Il 2 ottobre 1427, valutata l’offerta delle nostre Vallate d’essere accettate quali suddite della Repubblica Veneta, il Senato rispose di essere lieto di accettare quei popoli “nel Nome di Dio e del glorioso Marco Evangelista...”; sul finire dello stesso anno le milizie venete, con a capo il Carnario, occupano tutta la Valle Seriana. Il 19 aprile 1428 con la pace di Ferrara, si sancisce l’unione della Valle Seriana con Venezia e il 17 giugno 1428 il Comune di Oneta ottiene dal dominio veneziano il riconoscimento della propria offerta di sudditanza alla grande Repubblica marinara.
La Val Seriana viene divisa in tre distretti: Val Seriana Superiore, di Mezzo e Inferiore, chiamate anche quadre, ciascheduna governata da un Vicario, detto anche Podestà o commissario.
La Quadra Superiore con a capo Clusone comprendeva 14 paesi tra cui Oneta; il costo di gestione di questo raggruppamento di comuni veniva ripartito proporzionalmente in base all’estimo dei beni, l’importo della quota era denominato con il termine “caratto”.
Per il buon governo venne emanato un complesso di proclama detto Statuto Federativo che era un riassunto dei vecchi Statuti Comunali. Le norme di comportamento erano relative a: “Del culto di Dio e del ben vivere, della giurisdizione; della sanità e pulizia pubblica; degli danneggiatori in genere; delli molinari; delli pistori (panettieri); delli farinari; delle caneve od osterie; delli consoli”.
Un periodo di tranquillità si apre sulla nostra piccola comunità, riprendono vigore l’attività mineraria e gli scambi commerciali. A Vertova che è il centro motore della lega di Honio, si fanno 4 fiere annuali e al Mercoledì e Venerdì di ogni settimana un mercato della lana. Il Celestino nella sua “Istoria Quadripartita” dice che la Val Seriana fa gran traffico di panni e Oneda si impegna nel lanificio e nell’agricoltura. Da una relazione redatta nel 1596 da Zuanne da Lezze capitano di Bergamo, per conto della Serenissima, risultano “...fuoghi (famiglie) 125, anime 550, soldati 12, galeotti 8, bovini e vacchini n. 45 , mulli et cavalli n. 18, pecore 2400, industria: 300 panni bassi, 1 pesta, (macchina destinata alla lavorazione della corteccia di abete, che veniva polverizzata e quindi utlizzata per la concia delle pelli). Altri documenti dello stesso periodo indicano la presenza di una fucina localizzata alla “franada della seriola in Val Noseda”, alcune “culsinere”, famosa quella di Zuan Rufì, perchè viene citata il 29 giugno 1593 come punto di riferimento dei confini comunali, e uno sfruttamento parsimonioso del patrimonio boschivo, con il taglio dei boschi cedui, ma soprattutto il “Poiat”, metodo antichissimo destinato all’ottenimento del carbone di legna.
Tutte le attività sono sotto lo stretto controllo degli “huomini del comune”, la conservazione dei beni comunali è regolata dagli statuti. Il comune affitta i boschi, i prati ed i pascoli secondo una usanza germanica, cioè periodicamente ed a sorte fra gli interessati, oppure al miglior offerente, impegnando severamente il conduttore a conservare il tutto con la massima cura, sollecitandolo a dare per i bisogni della comunità una parte dei prodotti ricavati. A tale proposito il 16 maggio 1666 viena data “licenza ad Andrea Phibilino di fare un bregno con obbligo che dia calcina alla chiesa parrocchiale”. Una statistica forestale del Regno d’Italia del 1870 ci informa che l’estensione dei boschi del nostro comune è di 526 ettari, di cui 521 sono di proprietà comunale.
Gli estimi del 1472 e 1544
1472 - Risale a questa data l’estimo più antico del nostro comune. Il prezioso documento, redatto su pergamena, è conservato nella biblioteca civica A. Maj di Bergamo Alta. Si compone di 27 fogli scritti in italiano del tempo, la sua peculiarità è dovuta al fatto di essere completo, rappresenta quindi una fonte molto interessante di informazioni, oltre che un notevole impegno di decifrazione.
Ad ogni famiglia viene fatto un inventario dei beni posseduti, mobili e immobili, persino il letto e gli utensili di casa. Gli “Estimadori”, eletti dal Consiglio, procedono alla valutazione dei beni considerati, sui quali viene calcolata una tassa che nel termine moderno si puo’ definire come una tassa patrimoniale. Il prelievo fiscale andava a favore del Comune, la determinazione della tassa era in funzione delle necessità.
L’estimo più interessante è senz’altro quello datato 1544 che giace nell’archivio comunale di Oneta. Il valore storico è inestimabile, rappresenta l’unico documento attraverso il quale è possibile realizzare un quadro socio economico attendibile di quel lontano periodo. L’estimo del 1472, sebbene prezioso, è una elencazione dei beni privati con il nome dei “possidenti” e la denominazione dei luoghi, mentre l’estimo del 1544 è la fotografia dell’antica famiglia di Oneta. Viene descritta la casa, il portico se c’è, la cantina (celtro), l’orto, il pergolato, gli animali che ci sono nella stalla, le camerette di solito sopra la stalla, la composizione famigliare in alcuni casi anche il parente che non ha fatto famiglia come lo zio scapolo detto “barba”, il lavorante (famiglio) in dialetto “famei” con il salario annuale. Sono poi elencati i prodotti del duro lavoro, la quantità di fieno per gli animali, il frumento e la farina, la quantità di lana che si trova in casa, quella lavorata e quella appena tosata, i panni tessuti grezzi o pronti per essere portati al mercato ed infine si scopre la parte più commovente di questo libro straordinario: i bambini vanno a scuola! (1)
(1) La scuola era gestita dai parroci del tempo, generalmente funzionava solo nella stagione morta. Vi si insegnava il catechismo e i primi rudimenti della grammatica, perché lo scopo era di formare dei buoni cattolici, ma capitava anche che qualcunio imparasse a leggere e a “far di conto”. In tutte le parrocchie è attestata l’esistenza di una “scola della dottrina cristiana”.
Gli Scotöm
Attraverso gli estimi, che come già detto sono una miniera inesauribile di informazioni, è possibile incontrare famiglie che portano cognomi tuttora esistenti, ma soprattutto si nota con particolare interesse l’uso già consolidato del soprannome, nel nostro dialetto conosciuto come “scotöm”. Una consuetudine dettata dalla necessità di individuare più chiaramente nuclei familiari aventi lo stesso cognome. Vediamone alcuni:
Albercc Boàr Cazador Goerne Löidighì
Bachì Bagù Damì Giacint Marec
Beta Belot Durd Ghiset Martinì
Bertì Bandigiù Felis Gaina Matè
Bobe Bascià Ficarel Gogia Matiolì
Balòc Brassamoncc Frér Gaza Magene
Bas Colsì Fuser Gambet Mercör
Bara Carisia Gobet Lilo Momol
Manier Menecc Mafì Mansuete Meo
Moliner Narno Pasina Pisen Polet
Jec Paol Perantonel Polì Paì
Prüssiano Sander Stoi Scarpolì Ranì
Tonì Grand Tenent Tonì Sertur
Zampì Zener Zanet Valentì Menegia Suòl
Faina Valdimagn Cocinò Baraca Blegia
Poletì Baco Düic Prefadé Zambù
Betello Barbetti Zi Balòso Fitom
Brina Burtol Bascianì Spadì Fich
Molti “scotöm” sono di origine patronimica, (derivanti dal nome proprio), ad esempio “Lilo” è il diminutivo del nome arcaico di Aurilio, mentre “Düic” è l’espressione dialettale di Lodovico, oppure in “Menecc” al femminile “Menegia” appare chiara la derivazione da Domenico, altri sono legati alla professione e sono facilmente individuabili. Anche il nome di un luogo poteva generare il soprannome di chi vi abitava, emblematici a tale riguardo “Zi” da pronunciare con la zeta dolce, e “Stoi”, il primo legato al nome antico di un luogo di Chignolo, il secondo al nome di un vicolo della contrada Plazza. Ve ne sono alcuni che derivano da antichi cognomi come: “Zanet” da Zanetto, “Polì” da Polino, ma i più interessanti e simpatici sono quelli che fanno chiara allusione a certi aspetti singolari della persona e quelli coniati apposta per far volare a qualcuno la mosca al naso.
Quasi tutte le famiglie di Oneta hanno origine nelle regioni della Lombardia e Veneto. Fra i cognomi più antichi vi sono: Borlini, Carobbio, Dallagrassa, Epis, Grassenis, Ricuperati . E’ possibile per alcuni cognomi risalire alle aree geografiche di provenienza ed anche individuare lo stemma assunto dal casato a simbolo distintivo.
Borlini: Vicenza
Carobbio: Area veneta
Dallagrassa: Milano e Verona
Epis: Venezia ed area Lombarda
Grassenis: Cremona
Ricuperati: Pontremoli (Toscana)
Il cognome “Epis” il più diffuso in Oneta
Famiglia antichissima, originaria di Costantinopoli, suo capostipite fu Epifana, il quale nell’anno 935 fu inviato dall’Imperatore Romano Locapeno in aiuto a Ugo Re d’Italia, perché gli sottomettesse Landulfo, principe di Capua. Questa famiglia ha goduto nobiltà in Benevento ove si stabilì. Con l’andare del tempo si divise in moltissimi rami che si trasferirono in diverse città d’Italia.
Le confraternite - “La misericordia”
1511 - Appartiene a questa data la prima testimonianza in Oneta del “Consorzio della Misericordia”, un ente per l’assistenza ai poveri e agli infermi della comunità sorto in epoca medievale. Quattro sindaci e un tesoriere, eletti ogni anno dalla comunità, amministrano i beni provenienti da libere offerte e lasciti.
Una descrizione dell’attività di questo importante sodalizio proviene dalla relazione della visita pastorale del vescovo Pietro Lippomane avvenuta il 10 luglio 1536 in cui si legge che la Misericordia di Oneta possiede un reddito di 25 libbre, ma è insufficiente ai bisogni. “La Misericordia”, oltre alle opere di beneficenza e di soccorso ai poveri e agli infermi, era solita far dispensa del pane e del sale ad ogni famiglia nelle feste del S. Natale, a Pasqua e nella vigilia dell’Assunta.
Un documento datato 28 aprile 1529 indica che la distribuzione del sale veniva appaltata ad una persona di fiducia che acquistava il prezioso alimento e lo distribuiva ai bisognosi secondo le disposizioni stabilite dagli appaltatori. Capitava anche allora che l’interesse personale avesse il sopravvento sugli obblighi pattuiti, a tale proposito i Sindaci di Oneta chiamarono in causa un certo Comino di Pietro Batalino per irregolarità nella distribuzione del sale. Non si conosce l’esito della vertenza, sappiamo che la legge era severa e quindi sarà stato molto difficile al suddetto Comino partecipare agli appalti successivi.
Presso l’archivio comunale c’è un interessante documento che si legge nel “libro della misericordia con obblighi e legati” in cui si parla di un cospicuo legato (1) del 1632 rogato dal notaio Caio Ventura di Clusone per conto di Gerolamo Della Grassa che ci illumina su una particolare consuetudine. Esso dice:”...protestato che il q: d.no Pietro suo fradello d’un medesimo padre lasciò alla B.V del Frassino del Comun de Honeta lire duoicento di moneta corrente d’essere investiti, e del reddito di quelle fusse fatto tanto pane, che si fa la vigilia della Sensa (L’Acensione)...”
Dalle relazioni delle visite pastorali fatte dai vescovi dell’epoca si può rilevare l’esistenza di varie associazioni caritative indicate con il nome di “scole” o “confraternite”, generalmente avevano una denominazione religiosa, potevano possedere beni mobili e immobili, frutto di donazioni per volontà testamentaria. Don Olmo nel 1877 menziona quattro confraternite, che sono della Dottrina Cristiana, del SS Sacramento, della Vergine del Rosario e della Santa Cintura. La Repubblica Veneta, in fase di declino e a corto di quattrini, con un decreto del 1706 decise di incamerare tutti i beni delle “scole”.
Benchè espropriati di tutte le risorse, queste associazioni continueranno ad operare ancora sino ai primi decenni del 1800, successivamente si attiveranno come enti a favore della chiesa per assumere infine il nome di Fabbriceria. Tutte le istituzioni di beneficenza confluiranno nella Congregazione di Carità di creazione napoleonica e trasformata in tempi più recenti nell’Ente comunale di Assistenza.
(1) Il legato è una disposizione testamentaria a favore di una persona o un ente diversa dall’erede mediante l’attribuzione di danaro o beni immobili. Con questo criterio molti cittadini generosi di Oneta hanno lasciato cospicui legati per costruire le chiese e per sostenere i poveri. In cambio si chiedeva che venissero celebrate messe in suffragio del defunto testatore.
Leonardo da Vinci
1513 - Leonardo da Vinci, pittore, scultore, architetto e scienziato, durante il suo soggiorno a Vaprio D’Adda presso il fedelissimo allievo e amico Francesco Melzi, svolge uno studio di ingegneria mineraria dei nostri luoghi, seguendo un percorso che comprende i paesi di Dossena, Oltre il Colle, Oneta e Gorno, traccia pure uno schizzo dove si riconosce il Monte Arera e uno schizzo della Valle Seriana con l’indicazione dei paesi e la distanza tra gli stessi. Vi sono bene rappresentate le valli laterali per Gandino e per Gorno fino a Dossena. I documenti appartengono alla casa reale d’Inghilterra e sono conservati nella biblioteca reale di Windsor.
Rifondazione della parrocchiale S.M. Assunta
1514 - Il 27 giugno con una solenne cerimionia e la benedizione del vescovo di Pola Cristoforo Mangiacino viene rifondata la chiesa parrocchiale, si conclude così l’opera di ricostruzione e di ampliamento dell’antica chiesa preromanica. E’ probabile che la chiesa fosse già ultimata nel 1493 data che compare sull’architrave della porta maggiore, la fisionomia architettonica era molto simile a quella attuale ma con ben altre dimensioni. Infatti è lunga 22 braccia e larga 11, (un braccio è pari a circa 52 cm), il campanile a “vela” con due campane sta sopra la facciata principale in fregio alla piazza e le corde scendono accanto alla porta maggiore, dove c’è anche il cimitero. All’interno, il fonte battesimale è posto al centro della chiesa mentre le pareti in parte sono affrescate, sopra la porta maggiore vi è dipinto un “ballo dei disciplini” con richiami al giudizio finale quale monito del destino ineluttabile dell’uomo. La facciata esterna è tutta affrescata con varie figure di santi e una Madonna che tiene sulle ginocchia Gesù bambino; la composizione pittorica è a riquadri e in uno di questi, sul lato destro della facciata, spicca imponente per la grandezza la figura di S. Cristoforo.
La consacrazione del 1514 è ricordata con una lapide in marmo nero ben visibile sotto il portico fra le lapidi ai caduti delle due guerre in cui si legge: CONSE(crati)O HUIUS ECCL(esi)AE FACTA PER ILL(ustre)M XPH.M(Christophorum) MANGIACINI EPIS(copu)M POLAE ORDINARIJ MAND(at)O . XXVII JUNIJ MDXIV CELEB(rat)A TAMEN III XMBRIS(decembris)” vale a dire “la consacrazione di questa chiesa venne fatta dall’illustre vescovo di Pola Cristoforo Mangiacino su mandato del vescovo di Bergamo il 27 giugno 1514, ma viene celebrata tuttavia il 3 dicembre”.
San Carlo Borromeo
1575 - Il Cardinale Carlo Borromeo si trova a Clusone in visita apostolica, lo accompagna Cesare Pionio prevosto di Olginate in qualità di segretario per la stesura dei verbali. Il futuro santo, che è già una figura leggendaria, non si allontana troppo da Clusone e visita solo i paesi limitrofi meno impervi, per cui la comunità di Oneta non avrà la possibilità di conoscere direttamente l’eminente prelato. Ma il ricordo della presenza nelle nostre vallate del grande uomo di chiesa, canonizzato nel 1610, sarà mantenuto vivo dalla popolazione attraverso la tradizione del “fontanino del Borromeo” secondo la quale si vuole che il Cardinale durante la salita verso il Santuario si sia fermato a riposare e a rinfrescarsi con le chiare acque di una piccola fontana che stava sopra la frazione della Scullera a poca distanza dalla casa della Petruccia Carobbio e prima di riprendere il cammino quel luogo ricevette la sua Santa benedizione.
Il 6 ottobre il Pionio raggiunge Oneta accolto dal clero e dalla popolazione, che attende, com’era consuetudine, ai confini del territorio con Gorno. I verbali di questa visita pastorale, studiati e tradotti da Don Angelo Roncalli, futuro Papa XXIII, si caratterizzano per essere estremamente particolareggiati e sono di fondamentale importanza per la conoscenza dello stato delle chiese esistenti sul nostro territorio e la vita religiosa della nostra antica gente, quando l’esistenza era scandita dal suono delle campane.
Ecco cosa scrive il Pionio nei suoi verbali:
Chiesa S. M. Assunta di Oneta
“ S. Maria Assunta di Oneta: 6 ottobre 1575.
Ho visitato la chiesa parrocchiale sotto l’invocazione di Maria Assunta nel luogo di Oneta, che è lunga braccia 22, larga 11; pareti vecchie e in parte dipinte. Manca il campanile, ma in sua vece sopra il muro di frotespizio ci sono due colonne che sostengono due campane le cui corde pendono sopra la porta maggiore.
La chiesa ha tre altari: l’altare maggiore in una cappella ad arco e dipinta con un icona abbastanza bella... le tovaglie dell’altare sono sporche. L’altare di S. Bernardino ha al posto dell’icona una piccola statua della V. Maria e un’immagine della medesima sulla parete.
L’altare di S. Rocco e Sebastiano ha le immagini in luogo dell’icona.
Ha cura della parrocchia il sacerdote Giovanni Epis, che abita nella casa paterna, perché la canonica è piccola e malandata. Nella sua casa sono stati trovati due sai (vestiti) da secolare.
La chiesa non ha alcun beneficio e gli uomini del luogo danno al parroco ogni anno libre 180.
Dall’iventario ci sono: due calici, una croce, un tabernacolo d’argento, nove pianete: una di velluto rosso e una di pignolato bianco, cinque palii, un tappeto di quelli di Venezia, quattro candelabri di ottone per gli altari, un turubolo nuovo di ottone con la navicella di ottone..
Le anime sono 500 e ammesse alla Comunione 250. (solo gli adulti venivano ammessi ai Sacramenti).” Vengono ammoniti perché non si accostano ai sacramenti: Comino Ghisino, Daniele Eppis, Maifredo de Bonaselli e Giovanni de Zanetti.
I registri di battesimo e di matrimonio non sono tenuti secondo le norme prescritte.
C’è la scuola del S. Sacramento con 30 iscritti, ma solo sei adempiono agli obblighi prescritti, specie riguardo alla frequenza dei Sacramenti. Ogno anno si eleggono due sindaci; ha un reddito annuo di libre 6 che viene speso con le elemosine per la cera e l’olio per ii S. Sacramento. Si danno i resoconti ogni anno e il cassiere ha presso di sé libre 3.
C’è la scuola di S. Maria con 20 iscritti, ma solo sei adempiono agli obblighi prescritti. Ogni anno si eleggono due sindaci e le elemosine vengono spese per i ceri e gli ornamenti del loro altare. Ogni anno i sindaci danno il resoconto presente la congregazione. Ha un reddito di libre 3 con onere annuale di tre Sante Messe. Cassiere della scuola è Battista Eppis, dal 1525 Pellegrino de Carobi ha avuto a mutuo libre 50 al 5 %, ma dal 1565 non viene pagato l’interesse.
Controversia alla Madonna del Frassino
1580 - Nasce una controversia fra i quattro sindaci uscenti, preposti alla gestione della chiesa, e i nuovi che subentrano sulla necessità di ampliare la chiesa del Frassino. Il parroco, sentito il parere della curia, viene sollecitato a derimere la questione. Tuttavia non verrà messo in opera nessun lavoro per mancanza di fondi, dovranno trascorrere 35 anni prima che inizino lavori sostanziali che si prolungheranno, in varie fasi, sino al 1725. I decreti del Cardinale Borromeo del 1575 avevano imposto vari interventi sia alla vecchia cappella che alla chiesa stessa, ed è sulla scorta di questi decreti e sull’effettivo aumento dei fedeli, che la popolazione di Oneta si convinse che un radicale intervento sulla chiesa non poteva essere più rimandato.
La messa di Natale ad Ortello
1581 - Un documento che si trova nell’archivio della curia vescovile di Bergamo datato 23 dicembre 1581 menziona un certo Ippolito Borella che “agente suo in nome degli abitanti della contrada del Hortello in Chignolo comune de Honeta” chiede che venga celebrata la Messa di Natale nel luogo di Ortello. La richiesta è singolare dato che a Ortello non vi era alcuna chiesa (1), tuttavia la “supplica” aveva una sua giustificazione determinata dal fatto che già da molti anni, almeno dal 1566, gli ordini comunali imponevano al parroco di celebrare la messa di Natale a Chignolo. A quel tempo la chiesa era mercenaria, ossia era pagata e amministrata dal comune.
In merito agli ordini comunali sugli adempimenti religiosi possiamo riportare integralmente il contenuto del testo antico: “ A dì 25 marzo 1566. Sia noto et manifesto a ciascheduna persona chil leserà questo presente scrito, chome li homini del comune ano ordinato di beneficiare la giesia parochiale di Santa Maria de Oneta per dire la messa tutti li domeneghi e feste chi choren l’ano secondo il chomandamento della Santa Madre, e ancora nella settimana e per andà a dir mesa in Chignol el giorno della natività di nostro Jesus Christo, el giorno de San Bartolomeo, e della rogatione di quela giesa due volte al mese, e de andà il giorno de Santa Maria Elisabetta alla giesa del Frasseno e de Sant’Antone lassuso a quela giesa”
La difficoltà di traduzione dell’antica scrittura non permette di conoscere perfettamente se l’istanza fatta dagli abitanti della piccola contrada sia stata accolta, tuttavia alcuni indizi fanno pensare che la messa del Santo Natale del 1581 sia stata celebrata in piena regola, assecondando il legittimo desiderio di quegli antichi abitanti.
(1) Sebbene non vi fosse una chiesa, è comunque testimoniata l’esistenza di uno spazio ricavato all’interno di una casa privata dove si ricorda la presenza di un inginocchiatoio, varie suppellettili ed arredi sacri destinati sicuramente alla celebrazione della messa in qualche occasione particolare.
Lite di Oneta contro Vertova
1585 - La Confederazione di Honio aveva giurisdizione ordinaria su territori molto vasti definiti di sua proprietà e riconosciuti con precisi confini. Da questa comproprietà basata sulla consuetudine, nacquero poi liti tra i paesi, come è testimoniato dagli atti processuali datati 1594 della “lite di Oneta contro Vertova”.
Motivo della causa, intentata dai Comuni di Vertova e Semonte contro quelli di Oneta, Gazzaniga, Fiorano, Colzate e Rova, era, come spesso capitava ai tempi, il taglio della legna nelle proprietà comuni. I documenti ci informano che la controversia con Vertova riguardava anche i pascoli di “Blimen” e di “Sedernello”, mentre con Colzate vi erano dissensi in merito al bosco del “Foieto” in Barbata. I nostri Consoli (Antonio Eppis nel 1593, Bortolo Ricuperati nel 1594 e Pietro Battalino nel 1595) sostenevano che il confine doveva coincidere con lo spartiacque, pertanto tutti i beni che si trovavano sul versante della Val del Riso (Vallis Rivi) dovevano appartenere ad Honeta.
Poichè lo statuto imponeva che i boschi e i pascoli sulle montagne fossero in comune a tutta la confederazione, Oneta perde la controversia, perchè in rapporto ai suoi abitanti aveva già a sufficienza pascoli e boschi. Ma la lite durerà per lungo tempo con varie sentenze e continui ricorsi gravando le già povere risorse del paese con onerose spese giudiziarie.
Il taglio dei boschi (cavede e ingazzi)
1593 - Il patrimonio boschivo apparteneva quasi totalmente al comune, i boschi maturi per il taglio venivano divisi in lotti “cavede” e successivamente “ingazati”. Il 29 giugno il consiglio comunale elegge otto uomini (due per contrada) addetti al controllo del taglio dei boschi indicando nella delibera i confini entro i quali dovevano far osservare le disposizioni emanate dal comune. Questo si faceva per evitare che si distruggessero i boschi considerati patrimonio prezioso di tutta la comuntà. Il documento ci permette di seguire passo per passo una parte del territorio, quello coperto dal fitto bosco, e di conoscere la denominazione antica di alcuni luoghi tuttora chiamati con lo stesso nome. Immaginiamo di essere in compagnia degli otto uomini mentre seguiamo il racconto della delibera:
“ Cominciando alla Crosetta ovvero Tribulina, che è sul Collo di Zambla e venir fina alla stalla di Ceriò, e venir zoso fino alla Culcinera di Zoan Rufì, ed andar suso fino al Ronco, che aveva roncato Zoanino Gambetta, ed andar refilando alla Culcinera del Masel ed andar fora in cima alli boschi del Boltor, ed andar fora dritto fino in cima al bosco delli eredi de Comino Battalino ( 1 ) fino su la Costa, e venir zoso fino al Corno Mozzo, ed andar a referir all’Arale, che vien zoso dritto, ed andar fuora in del Bus della Glera, e venir via per la strada del Brozzo fino al Bosco Gazo, che è del Messer Piero Costa, ed andar suzo fino al Corno Gazo, ed andar fina su la Costa, ed andar dalla Costa sino al Zuchel della Costa di Piogi, ed andar refilando all’Arale, che è in cima al bosco de quelli de Ortello, ed andar fuori fina in del Valzello, che è in cima alli Gremoier, ed venir zoso sino su la strada che è in cima alli Gremoier, ed tornar su alli Cornelli di Gremoier ed andar dietro alli Cornelli sino al Corno de Zuan Matto, ed andar dietro alla strada fino alla Valle Noseda, dove vanno a beverare li pegorari de Merdarolo, e venir fuora per la strada fino alla valle di Bai, ed andar suzo per la detta valle fino al piede della Costa, che va suzo per la Costa fino al Castello, ed andar suso dritto sino su la Costa tutto quello che piove in Val Noseda, che ‘l sia contenuto in questi luoghi. Item si ingazza un’altra contrada di legna, dove si dice nella Valoria, qual comincia in Val Noseda alla Franada della Seriola della Fosina, ed andar suzo dritto per lo Costiolo sin su la Costa, ed andar per la Costa sino al prato di Merdarolo, ed andar dietro al prato de Messer Pietro de Hortali; ed andar fino fora in chò e venir suso dritto al detto prato fino al Chisale del Ronco, ed andar fora per la strada sino al bosco delli Venturi, e venir sozo dritto sino al bosco di Pasotti, e venir sino alli confini di Bragonad, e venir zoso sino al fiume de la Val Nosseda, ed andar dritto al detto Fiume sino alla Franada della Fosina. Item si ingazza altre Contrade di bosco chiamati Muso, Pradal e Foieto. Cominciando su la Zerfarisa bassa e venir suzo al Corno Redondo, ed andar dritto fino alla Pizalonga ed andar fuora de sotto alla Corna Cadola, ed andar dietro fino alla Zucchella del Morelo, ed andar dietro al sentiero fino alla Corna di Vaci, ed andar dietro fino alli prati di Barbada, ed andar dietro alli prati fino alla costa in cima detti prati, ed andar suso per la Costa sino incima alla Corna Rosa alta, e tutto quello che piove in questi confini”.
(1) Il figlio di Comino Battalino, Pietro, è citato nella visita del Vescovo Lippomane del 1536 ed è una figura importante nella storia dell’Apparizione del Frassino.
Zuanne da Lezze (Giovanni da Lecce)
1596 - La relazione catastica fatta da questo capitano per conto della Serenissima è stata studiata si può dire da ogni cultore di storia in cerca di notizie capaci di illuminare le vicende del proprio paese in un’epoca così lontana. Anche la storia di Oneta si affida a questo documento che si trova in copia (l’originale è a Venezia) presso la biblioteca A. Maj di Bergamo Alta; il valore delle notizie riportate è notevole sicchè per l’importanza che riveste viene trascritto integralmente.
“Oneda è sparso in quattro contrade: Villa - Chignolo - Scudelera - Cantoni
Nel spacio de milia cinque di lunghezza et di larghezza milia 2 da Bergomo milia 22 et da Taietto de Milanesi 33 et altro tanto di Valtulina.
Fuoghi (famiglie) n° 125, anime 550 utili 102, il resto come sopra.
Soldati Archibusieri 3 Pichieri 3 Moschetieri 6 et Galeotti 8. (1)
Questo Comun ha de entrade lire 450 et lire 90 de livelli (2) diversi in circa di legne et molini, ma ha debito di ducati 1450 causati da una lite col Comun de Vertova da 85 in qua che costa scudi 5000 et tutta via continua per causa di un bosco, che se bene questi hanno havuto la sentenzia a favore quelli di Vertova hanno tagliato le legne per forza. Gode il Comun li medesimi Privilegij della Valle come membro di essa et nel consilio della quale questi hanno un voto nell’ellectione de gli offitij, incanta i datij, et paga le gravezze limitate al (?) in Camera, et le estraordinarie al Tesoriere Generale secondo l’estimo de soldi 19 governando le entrade publiche. Un Canevaro, et da conto ogn’anno a 4 sindici che il maneggio importa l’anno ducati 400 in circa. Raccolti di formento per mesi 4 valendo le terre come di sopra se trafica in panni bassi (3), fabricandosene in questo luoco circa 300 pezze che si vendono a Vertoa, altri sono a Venetia in negotij. Chiesa parrochial la Madonna che si fa d’agosto pagandosi il curato sopra l’estimo il lire 400. La Misericordia ha lire 107 dispensati a poveri da 4 presidenti et un canevaro eletti ogn’anno. Fiume detto il Riso. Molini 2 (4) et una pesta (5). Animali Bovini et Vacchini n° 45. Mulli et cavalli n° 18, peccore 2400”.
(1) Ogni comune era tenuto a fornire un certo numero di soldati per l’esercito e di galeotti per le navi da guerra, a contribuire in denaro per pagare gli amministratori pubblici e per il mantenimento dei soldati a cavallo.
(2) Il livello è una cessione di beni di godimento perpetuo dietro pagamento di un canone annuo.
(3) Il “pan bas” era il panno di lana di taglio stretto; quello di taglio largo era detto “pan volt”, la filatura della lana avveniva con l’antichissimo sistema del fuso e della conocchia, mentre la tessitura dei panni alti avveniva con un telaio a pedale che prima dell’introduzione della navetta volante occorrevano due persone per farlo funzionare.
(4) I Mulini operanti in quel periodo erano due. Uno alla contrada detta appunto Molini denominato “Mulino della Val Fosca”, un altro, detto del “Budrico”, si trovava in fondo valle alla confluenza della val Noseda vicino alla Cavrera. Una mappa napoleonica del 1813 e ancor meglio le mappe del Lombardo-Veneto permettono di individuare la collocazione del Budrico e la relativa planimetria.
La pesta
La pesta, macchina azionata ad energia meccanica per mezzo dell’acqua, era costruita per frantumare la corteccia di abete che serviva per “conzar curami” cioè per la concia delle pelli. Questa particolare attività è rimasta nel lessico popolare indicando con “röscadur” chi andava per il bosco a raccogliere la “rösca” e in senso traslato con il significato di una persona particolarmente attiva. Anche oggi un abile e forte lavoratore si dice che “l’è ü chè rösca” Non si conosce l’ubicazione della Pesta, è assai probabile che fosse situata vicino al già citato Mulino della Val Fosca un poco più a monte presso l’antico ponte che attraversa il Riso.
Il Follo
Stranamente, la relazione del funzionario veneto non parla del “follo” mentre l’estimo del 1546 lo menziona chiaramente, pertanto è da annoverare nelle specifiche attività di Oneta nel primo ‘500 questa particolare macchina anch’essa azionata dall’acqua che svolgeva l’ultima fase della lavorazione dei tessuti, permettendo di “feltrare” la superficie del panno per far scomparire i fili e la trama dell’ordito rendendo morbido e soffice il pelo del tessuto di lana.
Il follo era costituito da due grosse travi di legno oscillanti ciascuna delle quali aveva all’estremità un blocco di legno duro a forma di mazza. Sotto le mazze c’era un cassone, dove si ponevano le pezze del tessuto da follare dopo essere state bagnate con acqua calda. Una ruota idraulica a palette faceva girare una trave che attraverso robusti sproni (1) faceva alzare e abbassare simultaneamente le travi oscillanti con le mazze che andavano così a comprimere le pezze.
(1) Come un albero a camme
Il Mulino
Il mulino con il mugnaio è sicuramente l’iconografia maggiormente rappresentata per la valenza simbolica legata al pane e all’abbondanza. Nel Medioevo e nel Rinascimento era frequente anche l’immagine del “Mulino mistico”, dove i sacchi di grano - simbolo dei fedeli - sono riversati nella macina degli Apostoli e degli Angeli.
Anche il mulino come il follo era azionato a forza idraulica, utilizzando la caduta dell’acqua convogliata sulle pale di una ruota che trasmetteva il movimento rotatorio alla macina formata da un pesante disco di pietra. Mentre la macina stritolava i chicchi, la farina, mista a scorie di crusca, defluiva lentamente nel cassone sottostante. Terminata la frantumazione si procedeva alla separazione della farina dalla crusca: a questo scopo erano predisposti una serie di setacci e vari altri attrezzi, espressamente prescritti dagli Statuti (vallo, crivello, bugatto, stamegne).
Gli ordini del comune del 1765 descrivono con dovizia di particolari gli obblighi statutari a cui deveva sottostare il “molinaro” Eccone una sintesi:
“Molino del Commune
Li uomini del Commune di Oneta ordinano di metter al Pubblico Incanto il dacio delli molini, con questo patto, che li Molinari debbano andare a prendere il grano, e tornar la farina alli Vicinij (1) del Commune, che li daranno da macinare in termine di giorni tre, debbano dico andare a prendere il grano, sottopena di soldi quaranta per volta; e poi debbano tornar la farina in termine di un giorno, e se qualche Vicinio portasse il Molinaro, cioè lo avvisasse e facesse andar il Molinaro a casa di qualche Vicinio per prendere il grano, e che detto Vicinio non glie lo volesse dare, ma lo lasciasse tornar via senza, li sia pena soldi dieci per volta............che li detti Molinari siano obbligati a mettervi il Vallo, ed il Crivello per nettare il grano, e li Bugatti, e Stamegne e Sedazzi buoni per nettar e conzar il grano, e la farina, ed anco li Martelli buoni per batter il Molino, sotto pena di soldi quaranta per volta..........che non debbano far calar il grano di Miglio più di lire una per ogni pesi due a macinarlo, e conzar la farina, ed il formento quarte cinque per ogni pesi due a macinarlo e conzar la farina; e se volesse Bugattarla non possa calare più di oncie due per ogni due pesi. Il grano lo debbano dar al Molinaro ben secco, e governato.....Il Commune sia obbligato, se si rompesse la Rota, Setolo, Canali, Arbori, Rodesimo, con rifar il Polpero e tutti queste coscientemente,........che li Molinari siano obbligati a pagare il Callo delle Mole per ogni anno lire tre.......Adì 21 aprile 1765 “
(1) i Vicinij sono gli abitanti del paese o di una contrada, quelli che invece stavano ai confini del comune venivano detti forestieri.
La peste del 1630
1630 - Scoppia la peste. E’ l’ultima grande epidemia che colpisce l’Italia ed è certamente la più famosa e documentata, perchè immortalata ne “I Promessi Sposi” dal Manzoni. Il costo in vite umane e le relative conseguenze economiche saranno disastrose. Sappiamo dalla relazione del Ghirardelli, testimone oculare degli avvenimenti, che il 20 febbraio 1631 venne fatta la “conta” della popolazione di tutta la terra bergamasca, costituita da 156187 abitanti, di cui 72746 maschi e 83441 femmine; morirono nel breve volgere di pochi mesi 26544 maschi e 30311 femmine. Le cifre si commentano da sole e la strage avvenuta su tutto il territorio è davvero impressionante. Il Calvi nelle sue “Effemeridi” all’epoca diciassettenne scrive: “....dal giorno d’oggi 10 giugno 1630 fino alli 30 luglio fu l’aumento della peste a Clusone, dalli 30 luglio fino alli 30 ottobre il colmo, e dalli 30 ottobre fino alli 22 novembre la diminuzione, mentre sotto li 23 cessò la morte di mandar alcuno per terra”. Oneta, con i suoi 479 abitanti, composti da 236 maschi e 243 femmine, al termine del flagello dovrà contare 59 morti, 26 maschi e 33 femmine. Dopo la peste, lo sviluppo economico e sociale rallentò e poi esaurì il suo dinamismo, la nostra piccola comunità si consegna alla storia del secolo più povero e travagliato dell’era moderna.
Del terribile flagello ha lasciato una testimonianza un certo Francesco Radici di Gandino, vissuto in quegli anni. E’ una descrizione estremamente vivace ed immediata del drammatico momento che merita di essere riportata nei passi più importanti. Così scrive: “Miserabile ed infelice fu l’anno 1629 nel quale fu piogge continue che causò una carestia così grande di tutte le cose necessarie che non si raccolse niente. L’anno 1630 veramente infelice, il formento valeva L. 156 la soma et il miglio L. 135, et non si trovava biade per dinari, sicchè ne moriva tanti di fame. Li 17 giugno del detto 1630 si sparse una voce che li Tedeschi venivano per saccheggiare questi paesi. Et vennero davvero et uccisero et attesero molto a rubare et a danneggiare a Mantova et negli altri luighi. Oltre questi flagelli venne anche la peste, et durò fino alla metà del mese di agosto, et morivano 50 al giorno, et morì mio fratello Don Pietro Paolo Curato di Gandino, et mia sorella Locrezia, sotterrati presso un fenile nella contrada di Piglia (Peia), et morse di peste mio padre Gio. Batta il 6 agosto 1630. A Gandino morirono 1760, restarono vivi 1500; a Vertova morirono 1204, restarono vivi 838; a Gazzaniga morirono 980, restarono vivi 550; a Fiorano morirono 216, restarono vivi 130; a Cene morirono 260, restarono vivi 207. Io Francesco quodam Gio. Batta ho fatto questa memoria”.
Il contagio, causato dai topi e dalle loro pulci infette, con i suoi effetti spaventosi, fu causa di notevoli rimescolamenti sociali e cambiamenti civili, modificando più volte a suo piacere il corso della storia. Nel nostro dialetto, a testimonianza della memoria della peste rimasta nel retaggio mentale della gente, esistono due aggettivi differenti “impestat” e “impestét”, più benevolo il secondo, più cattivo il primo, per indicare una persona che agisce con pochi scrupoli; mentre il senso di desolazione e di malinconica impotenza, che hanno vissuto i nostri antenati a causa della calamità ci è ricordato dalle varie cappellette “Tribuline” e “Santele” o dalle numerose pitture votive affrescate sulle facciate delle case o sui muri di vecchi cascinali facilmente riscontrabili su tutto il nostro comune.
L’attività agricola-pastorale, sulla quale per molti secoli la popolazione di Oneta ha ricavato fattori di sviluppo e di ricchezza (le 2400 pecore, indicate nella relazione di Zuanne da Lezze del 1596, significano tessitura, produzione di stoffe, scambi commerciali anche con città lontane come Venezia e Napoli), viene lentamente soppiantata da una economia di sussistenza con l’abbandono della pastorizia a favore dell’allevamento bovino. La coltivazione di nuovi prodotti agricoli provenienti dalle Americhe, come il mais e la patata, non permetteranno più alle greggi di pascolare liberamente. Il pastore, con le sue tradizioni, la sua lingua “ol gaì” detta anche “slacadura di tacoler” verrà sempre più emarginato e confinato al pascolo transumante in luoghi non soggetti all’attività contadina.
Don Giacomo Zanetti parroco di Chignolo per 44 anni
1764 - Don Giacomo Zanetti è stato il parroco più longevo delle tre parrocchie di Oneta. Resse infatti la cura delle anime di Chignolo per ben 44 anni, dopo un così lungo periodo di dedizione alla sua parrocchia, lascerà l’incarico a causa della salute divenuta precaria.
Il primo di gennaio 1764 i capi famiglia di Chignolo si radunarono per eleggere il nuovo parroco; in tale occasione, il verbale redatto dallo scrittore Giovanni q: Domenico Borlino descrive pure le motivazioni che hanno indotto Don Giacomo ad abbandonare il suo officio, così leggiamo: “Il molto Rev.do Sig. Don Giacomo Zanetti ora Curato attuale non vole ne può più continuar in detto officio e carica di Curato per le sue grandi indisposizioni come è malato havendo detto Molto Rev.do Sig. Don Giacomo Zanetti esercitato e governato detta loro cura per il corso di anni quaranta quattro con pieno sodisfatione e contento di tutta la Vicinia”
Il documento assume un certo valore poichè attraverso la firma dei 17 capi famiglia che si sottoscrivono possiamo conoscere i nomi delle famiglie residenti, alcune delle quali oggi estinte.
Vediamo quindi i nomi di questi 17 antenati:
Ventura q: Ventura Borsari Gio. Batt. q: Pietro Zentile
Giuseppe q: Betino Zanetti Gio. q: Domenico Borlino
Bortolo q: Pietro Zanetti Pietro q: Gio. Ulio (1)
Bastiano q: Angelo Borlino Pietro q: Angelo Borlino
Pietro q: Domenico Guarolio Gio. q: Gio. Ulio
Pietro Zanetti detto Santino Pietro q: Gio. Guarolio
Gio: q: Angelo Borlino Simone q: Gio. Maria Borlino
Bortolomeo q: Betino Zanetti Antonio q: Ventura Borsari
Vincenzo q: Angelo Borlino
(1) In alcuni documenti questo nome viene scritto “Uglio”
Gli ordini del Comune
1765 - I sindaci di Oneta chiedono a Giuseppe Maria figlio di Giovanni Olim Giuseppe Epis di estrarre tutti gli ordini vecchi ed ancora in vigore della comunità e di trascriverli in un unico libro per consentire una più facile ed immediata consultazione. Si deve a quei sindaci e al bravo scrittore comunale se possiamo disporre di uno strumento di conoscenza storica estremamente importante per comprendere come veniva amministrato il vasto territorio comunale. Il valore del documento è riconoscibile per il contenuto riportato nell’indice della prima pagina. Ecco gli argomenti trattati:
Ballotazioni di tutte le cariche Incendiarj e sua pena
Bestie che danneggiano e sue pene Incontro di voci nelli incanti
Brugo del Comune Ingazzi, seu boschi riservati
Campari del Comune Modo di far le cariche
Caneva del Comune Molino del Comune
Caneparo, seu Tesoriere del Comune Pena a chi non vuol accettar li officij
Cariche doppie nel Comune Pena a chi taglia e conduce via legna
Consolo e Consigliere del Comune Scrittore del Comune
Dacio del Montadego Sigurtà nelli incanti
Dacio del vino del Comune Sindici del Comune
Difensore del Comune Sopraragionati a sopraveder la Ragione
Elettori non possono elegger se stessi Stimatori de’ danni
Elettori devonsi cavar a sorte Tesoriere seu caneparo del Comune
Faletto, seu Felce del Comune
Per ovvie ragioni di spazio non è possibile riportare tutti i capitoli, tuttavia alcuni sono veramente interessanti e vale la pena di riportare anche solo parzialmente il testo originale. Sentiamo come affrontavano il problema degli incendi:
Incendiarij e sua pena.
“li uomini del Commune di Oneta ordinano, che se fosse persona alcuna, che presomesse di dar fuoco, così Terrero, come Forastiero, di dar dico fuoco in parte alcuna del detto Commune, così generali come particolari, o in qualunque modo si sia in boschi, in prati, o in qualunque altro luogo, caschi in pena di lire cinquanta per cadauna volta; e che i Padri siano obbligati per li Figlioli; e li Padroni per li Fameglij; e che detta pena sia la metà all’accusatore e l’altra metà del Commune, overo chi sarà danneggiato in tal incendio; e sia creduta la detta accusa all’accusatore con il suo giuramento .....Adì 3 genaro 1609.
Anche nella raccolta di certi arbusti come il Brugo (1) in dialetto “Brüc” e della Felce vigeva una normativa particolare.
(1) Cespuglio della famiglia delle Ericacee, alto da 30 a 80 cm, si insedia in terreni poveri ai quali da il nome di brughiera. Veniva raccolto per fare scope.
Brugo del Comune
Nel Publico e general Consiglio del Commun de Oneta congregato per comandamento di Pietro Antonio Epis Consolo sotto li 6 Novembre 1672, come appare al libro de Consilij c.54 fu presa la parte di mettere al publico incanto il Brugo, che viene nel detto Commune con Balle n° 32, e sono venuti a favore n° 25 e contra n° 7 onde resta presa la parte di incantarlo sotto il presente Ordine che non sia persona alcuna che ardisca di portare, o condurvia del detto Brugo sotto di qual pretesto, o colore esser si voglia, eccetto da quello, che l’averà tolto dall’incanto dal Commune..... , se sarà trovato alcuno de Vicinij (abitanti) sudetti a vender Brugo, overo scope per le strade, o Terre, o Mercati caschi in pena di lire venti per ogni volta Item se alcuno de sudetti vicinij volesse portare via scope da vendere, overo donare, quel tale sia obbligato a pagare soldi tre per donzena, overo dinari tre per ogni scopa, le quali scope non possono essere più di un peso per donzena..... Adì 6 novembre 1672
Faletto seu felce del Comune
....che nessuno ardisca di tagliare, o stirpare detti Faletti, o Felci, sotto pena di soldi uno per cadauna gamba, seu pianta di detta erba, e soldi venti per cadauna carga, ...Laus Deo Adi 3 genaro 1609.
Gli ordini ci informano in modo dettagliato come era articolata la complessa vita comunale, assai densa di personaggi che erano parte attiva nella gestione politica dei Comuni, ci illuminano sul ruolo e sulla natura dei compiti assegnati a questi antichi protagonisti di un’epoca ormai lontana. I più importanti erano:
Il consiglio
Era l’organismo comunale rappresentativo per eccellenza, ripartito generalmente in Consiglio Maggiore e Consiglio Pubblico e Generale detto anche Arengo. Aveva il compito di eleggere i Consiglieri o Credendari che costituivano il Consiglio ristretto o della Credenza insieme al Console. Al consiglio partecipavano tutti i capi dei fuochi originari, ossia delle famiglie residenti nelle contrade del Comune, d’età compresa fra i 15 e i 70 anni, con la limitazione di un solo rappresentante con diritto di voto per ciascun fuoco. Perché la votazione fosse valida era necessario che fossero presenti più dei due terzi degli uomini della terra di Oneta.
Il consolo
Veniva eletto ogni sei mesi (il primo di gennaio e il primo di luglio) a rotazione fra tutte le contrade, essendo quattro le contrade, nell’arco dei 24 mesi tutte e quattro avevano la garanzia di essere rappresentate da un proprio consolo. Percepiva un onorario di lire cinque per ogni consiglio di Valle al quale avesse partecipato, un salario di 24 soldi “per l’andare per il Commun di Oneta” Era tenuto a partecipare a tutti i consigli della Valle, a lui spettava la convocazione “fogo per fogo” dell’assemblea degli uomini ogni qualvolta lo richiedesse il bisogno. Doveva difendere il Comune in giudizio, affiancato in ciò dai Sindici o Procuratori.
Era chiamato a sovrintendere all’attività dei mulini comunali che venivano ogni anno appaltati anche da “forestieri” ed alla “Caneva, seu Taverna del Commune” . Incombenza consolare era pure quella della vigilanza del prezzo di certi generi alimentari come il pane, di controllo della capacità dei boccali di vino venduto al minuto nella “Caneva”.
Al corretto andamento della “caneva” provvedevano pure due “Fornidori” che dovevano comperare il vino a Clusone o a Bergamo e due “Sopraveditori, che veggano il vino, che sarà condotto dalli detti Fornidori, e se sarà vino buono lo lascino nuotare nel vascello, e se non li parerà vino sufficiente per detta Caneva lo possino rifiutare, e farlo menar via”
Lo scrittore
Era il responsabile della stesura in forma scritta e pertanto pubblica, di tutti gli atti necessari ad un corretto andamento della vita amministrativa locale. Doveva scrive le “Ragioni del Commune”, ossia le note trimestrali della contabilità attiva e passiva, curare la registrazione di tutti i verbali dei consigli generali sul “libro dei Consiglij” . Il suo onorario era fissato in 20 soldi maggiorati da altre remunerazioni particolari “lire 3 soldi 10 al mese” per la stesura del “libretto delle partite”
Il caneparo
Il “Caneparo, seu Tesoriere” era il responsabile della contabilità e della cassa del Comune. Era “tenuto ed obbligato a scodere, e pagare Taglie e Taglioni, Affitti, ed altre cose..” Ogni tre mesi si recava in contrada della Villa “a scodere le Taglie” . All’atto della sua nomina, solitamente messa all’incanto all’inizio di ogni anno, il Caneparo era tenuto a presentare, sotto giuramento, “ Bona sigurtà, che piaccia al Comune”.
L’inacarico del caneparo poteva essere assegnata anche a dei “Forestieri”: nel 1655 il Caneparo di Oneta è un certo Alessandro Bonicelli di Clusone.
Sindici e ragionati
Venivano eletti nell’ambito del Consiglio in numero di quattro, secondo il criterio della rappresentatitività delle Contrade. Allo scadere delle quattro “Ragioni” annuali dovevano calcolare l’ammontare dei debiti e dei crediti affidati al Caneparo e provvedere alla chiusura dei conti per la “Ragione esaminata”. Il loro compenso era fissato in 30 soldi per ciacuna Ragione contabile.
I sopraragionati
Dopo che i Ragionati avevano chiuso i conti per il trimestre ad essi assegnato, il Consiglio comunale provvedeva alla nomina di quattro Sopraragionati, uno per contrada, i quali dovevano controllare e garantire la regolarità delle registrazioni dei conti, ascoltando e derimendo eventuali recriminazioni ad essi presentate dai creditori del Comune.
I campari
Eletti in numero di quattro in seno al Consiglio generale, erano deputati alla salvaguardia e custodia delle proprietà immobili del Comune ed in particolare i campi ed i boschi di pubblica ragione che venivano periodicamente “ingazati”. Essi dovevano “guardare tutti li boschi del Commune sotto pena di esser loro stessi soggetti al danno che sarà dato, se no notificherà li dannificanti”
Gli stimatori de danni
Eletti in numero di due erano una sorta di supervisori della’attività dei Campari, erano tenuti a recarsi nei boschi comunali almeno due volte l’anno “una volta avanti San Michele, e l’altra avanti le Calende di Maggio” per “stimare se sarà dato del danno”
Il difensore
Il difensore era obbligato a far osservare tutti gli ordini del Comune. A tale scopo era autorizzato a recarsi a Bergamo, con un salario giornaliero di soldi 50, e a Clusone, con un salario giornaliero di 30 soldi. Doveva provvedere a far rispettare soprattutto gli Ordini riguardanti la Taverna ed i Fornidori sotto la pena di 50 lire.
Le antiche unità di misura
I sistemi di misura antichi erano piuttosto complicati, non c’era il sistema metrico decimale come si usa oggi, si avvalevano pertanto di misure convenzionali che potevano essere diverse da regione a regione e in taluni casi, come la pertica, variava da una provincia all’altra.
Nei documenti esaminati e in parte riprodotti in questo libro ricorrono abbastanza spesso queste misure sconosciute, per una migliore comprensione può essere pertanto utile riportarle in vita per confrontarle con quelle attuali.
Misure di lunghezza:
Braccio milanese: usato come misura convenzionale nell’edilizia, equivaleva a ml. 0,594
Braccio berganasco: usato come misura convenzionale nell’edilizia, equivaleva a ml. 0,531.
Canna: pari a quattro braccia.
Cavezzo: pari a tre braccia.
Piede: pari a 12 once corrispondenti a 0,437 mt
Misure di capacità per gli aridi:
Carro: pari a 10 some o sacchi equivalente a litri 1712,81
Soma: pari a 8 sacchi ( 171 litri), il “sacco” era di tre staia o stari, lo staro di quattro quartari, un quartaro (5,35 litri).
Per i liquidi:
Moggio: usato nella misura del vino, equivaleva a due barili, il barile a 20 fiaschi, il fiasco a 2 litri.
Brenta: pari a sei secchie circa 70 litri, una secchia in nove pinte, una pinta in 2 boccali, un boccale in quattro zaine o bicchieri
Per la moneta:
Lira imperiale: era la valuta del tempo, valeva 2 montoni. Si suddivideva in 20 soldi, il soldo in 12 denari.
Per i pesi:
Peso: detto anche rubbio, pari a 10 libbre grosse o 25 libbre piccole, unità di misura del peso dei prodotti della terra o dell’allevamento del bestiame: fieno, frumento, lana di pecora, latte e formaggi. Equivalente a circa 8,12 Kg
Sfasso: Corrispondente ad una “carga di fieno” circa 50 Kg.
Libbra grossa : usata per misurare pesi di piccola entità pari a 0,812 Kg, equivalente a 30 once, e l’oncia era di 27 grammi, divisa a sua volta in 12 denari, e il denaro in 24 grani
Libbra piccola detta anche liretta: usata per la seta, i colori, la cera e le droghe. Pari a 0,325 Kg.
Per le misure di superficie:
Pertica bergamasca: Misura agraria di superficie equivalente a 666 mq, si suddivideva in 24 tavole, una tavola in 12 piedi.
La Repubblica Bergamasca
1797 - Nasce la “Repubblica Bergamasca”, termina la lunga dominazione veneta. Con il trattato di Campoformio Oneta passa sotto la dominazione francese. Il 9 luglio 1797 viene istituito il Dipartimento del Serio, una forma di circoscrizione amministrativa affidata al prefetto. Il 18 luglio dello stesso anno vengono presentate dal Direttorio della Repubblica due leggi, una per le amministrazioni dipartimentali, l’altra per l’organizzazione delle municipalità. Con queste leggi viene istituita nei dipartimenti un’amministrazione centrale che fa capo ad un collegio di cinque membri con lo scopo di controllare l’operosità dei municipi, ricevere i conti e controllarli. Il 7 marzo 1798 il Dipartimento del Serio viene diviso in 23 distretti che si ridurrano poi a 17.
Con decreto del 6 maggio 1802, sulla falsariga francese, si istituivano quindi le prefetture e le vice prefetture erette da un prefetto e da due luogotenenti. Il 13 giugno 1802 giunge a Bergamo il prefetto del Dipartimento del Serio, l’avvocato bolognese Brunetti.
Il Regno d’Italia sotto Napoleone
1800 - Dopo la vittoria di Napoleone a Marengo, entriamo a far parte del “Regno d’Italia” napoleonico. Nello stesso anno Oneta realizza la costruzione del bel muro di contenimento della chiesa parrocchiale in fregio alla “Cavallera”.
Il controllo politico del governo napoleonico
L’attività di polizia e il costante controllo esercitato sulle popolazioni, in particolare la raccolta di informazioni in merito allo spirito pubblico, e l’obbligo di dare notizie sugli istituti di indole religioso alla prefettura era intollerabile. I primi segni di dissenso si ebbero a Clusone nel luglio del 1797 quando alcuni ribelli abbatterono l’albero della libertà al grido di “Viva S. Marco” obbligando i passanti a togliersi la coccarda. Un gesto che costerà la vita a Luigi Bana, un carbonaio di 28 anni nativo di Ardesio, condannato a morte e fucilato la mattina del 7 agosto sotto i portici della piazza Orologio.
Un esempio della costante presenza dell’autorità statale mal digerita dalla popolazione viene in occasione della rinuncia alla parrocchia di Chignolo da parte di Don Bortolo Zanetti il 6 gennaio 1803. Se prima per eleggere il parroco bastava la semplice votazione fatta dagli abitanti, con il nuovo governo occorre l’autorizzazione della prefettura sia nella scelta della persona del parroco che per convocare l’assemblea dei capi famiglia, ed infine per confermare l’elezione. Il 20 maggio 1803 si riuniscono i capi casa della cura di Chignolo per: “...passarsi all’elezione del Parroco mercenario di questa chiesa d’atto della Prefettura 18 marzo n. 12719, furono ricercati li Reggenti se erasi qualche concorente, e fu letto il nome del detto sacerdote Antonio Noris Parroco di Pradella, e perciò posto a scossi favorevoli n° 9, contro n° 1 - li convocati sono:
Gio: q: Simone Borlini (1) Giuseppe q: Gio: Zanetti
Domenico q: Gio: Borlini Gio: q: Gio: Ulio
Gio: q: Gregorio Borlini Giacomo q: Ventura Borsari
Gio: q: Gio: Borlini Andrea q: Ventura Borsari
Gio: Angelo q: Angelo Borlini Santo q: Pietro Zanetti
Nel frattempo il Prefetto Brunetti, attraverso il servizio di polizia, richiede informazione sulle qualità morali e politiche del “cittadino” Noris, una lettera del 20 luglio 1803 cosi dice: “Alla Legione di Polizia perché assuma le opportune informazioni sull’eletto Parroco a termini della circolare del Ministro per il culto 18 gennaio passato” ma commette l’errore di scambiare Chignolo d’Oneta con Chignolo d’Isola sicchè le informazioni tardano ad arrivare. Fatte le opportune indagini il cancelliere all’estimo Cattaneo manda la seguente informativa: “Ponte S. Pietro li 26 luglio 1803 anno II - Il cittadino Noris di Bergamo eletto parroco di Chignolo, dalle qualità politiche e morali del quale colla vostra 21 corrente n. 2964 sezione di polizia cercate d’essere informato, è veramente un Ministro del Culto degno della professione, che esercita, ubbidiente al Governo, e d’una distinta saviezza. Tale è il risultato delle informazioni, che con tutta accuratezza ho preso da probi Cittadini di quella Comune, l’esposto de’ quali non dubito, che sia, ed imparziale, e sincero. Vi professo distinta considerazione. Cattaneo”
Finalmente il 13 agosto il Prefetto Brunetti scrive al delegato Palamini di Parre quanto segue: “Non essendo a questa Prefettura veruna eccezione sul carattere morale, e politico del sacerdote Noris eletto Parroco di Chignolo di Oneta la sua nomina resta per parte della Prefettura approvata. Vi rimetto quindi la sua Bolla Vescovile, invitandovi a fargliela tenere nell’atto che gli parteciperete la sua approvazione. Vi saluto distintamente”.
(1) Gio: è l’abbreviazine di Giovanni - q: dal latino quondam ha il significato di “fu” nel senso di avere il padre defunto. Quindi leggeremo Giovanni fu Simone Borlini
Oneta diviene frazione di Gorno (1)
1803 - L’istituzione del Dipartimento del Serio nel 1797 e le leggi presentate al Direttorio della Repubblica il 18 luglio dello stesso anno per una nuova e diversa organizzazione delle municipalità avevano creato le premesse per un accorpamento di vari comuni al fine di una migliore e più controllata gestione amministrativa. In funzione di questo intendimento politico e contro la volontà della popolazione, Oneta viene unita al Comune di Gorno e ne diventa una frazione.
Lo sconcerto e il disappunto della gente di Oneta è riscontrabile nelle accorate lettere che in tempi diversi vennero spedite alla Prefettura di Bergamo e al Viceprefetto di Clusone con la firma di molti capifamiglia e dei parroci che sostenevano con fermezza la necessità di un ritorno alle antiche usanze. Un malumore che nasceva, secondo il pensiero di tutta la popolazione, dalla cattiva amministrazione e dalle poco trasparenti operazioni degli amministratori di Gorno, a tutto svantaggio di Oneta.
Nelle varie missive che sono intercorse con la Viceprefettura di Clusone, la Reggia Cesarea di Milano e la Prefettura di Bergamo in merito a tale dissidio pare si debba dare credito agli abitanti di Oneta. Nonostante il parere contrario del Prefetto, dopo reiterate proteste e petizioni popolari gli abitanti di Oneta otterrano nel 1816 la sospirata separazione.
Significativa è una bella lettera scritta da Don Tommaso Epis con la firma di 31 capifamiglia e 4 parroci di Oneta e Chignolo indirizzata al Viceprefetto del Distretto di Clusone dove sono esposte le ragioni del malessere generale in una forma letteraria tanto mirabile che viene riportata integralmente:
Li 23 ottobre 1814. Oneta.
La tirannia è caduta; ma non sono caduti tutti i mali derivati dalla medesima. Non è tra questi il minore la concentrazione delle Comuni. Con questa s’è preteso di minorar le spese comunali, e si sono invece aumentate di due terzi di più annualmente relativamente a questa frazione. Si osservi l’amministrazione delle frazioni dopo la concentrazione, e si confronti coll’amministrazione anteriore, per rilevare appieno la verità di quanto viene esposto. Stanca ormai questa frazione di portar più a lungo il giogo insoffribile degli aggravij d’ogni sorte, da quali è caricata gettarsi ai piedi delle competenti autorità implora la pronta separazione come l’unico mezzo per sollevarsi da tanti mali.
Appoggiata alla giustizia della sua causa, e ferma nella fiducia di veder ammessa dalla Clemenza del Governo la sua istanza, vive sicura di favorevole rescritto ed anticipa al Governo stesso i suoi più cordiali ringraziamenti. Nome dei componenti la frazione: (2)
Prete Pietro Epis Gioan Maria Epis
Prete Tommaso M. Epis Curato Francesco Epis
Prete Carlo Carobbio Mateo Carobio
Battista Carobbio Stefano Eppes
Alberto Carobbio Gioan Recuperati
Gio. Battista Epis Gabriel Pampuri
? Grassenis Antonio Epis
Paolo Epis Gioan Maria Recuperati
Antonio Carobio Batta Epis
Paolo Grasenis Santo Zaneti
Gio: Carlo Epis Ventura Borsari
Gioan Carobio Gio. Angelo Borlini
Lodovico q. Antonio Epes Gioseppe Zanetti
Gioan Dalla Grassa Prete Gio. Borlini
Giacomo Epis Andrea q. Ventura Borsari
Pietro Antonio Epis Pietro Borlini
Pietro Epis Gio. Battista Carobio Anziano
(1) Non si trova purtroppo il decreto che stabilisce l’unione dei due comuni e nemmeno quello che sancisce la separazione. Le rispettive date del 1803 e 1816 hanno valore indicativo anche se molto vicine al vero, sono le date riportate sulla cartella che giace presso l’Archivio di Stato “Censo - n. 409 - Dipartimento del Serio”. Sappiamo tuttavia che l’unione fu di breve durata, probabilmente dalla fine del 1810 e non oltre il 1816/’17.
(2) I nomi sono riportati nella stessa forma come sono stati scritti, si noti l’ultimo firmatario che aggiunge al proprio nome la qualifica di “Anziano”, per indicare la sua funzione di primo cittadino della frazione di Oneta.
I doveri del parroco
1804 - Il 18 novembre su iniziativa del parroco Don Tommaso Epis si radunarono 48 capi famiglia di Oneta, esclusa la frazione Chignolo, per deliberare il nuovo regolamento in merito ai doveri che il parroco doveva seguire per la gestione della parrocchia. Il parroco era “mercenario” del comune, vale a dire veniva pagato con danaro o in natura dall’amministrazione comunale secondo modalità stabilite dagli accordi, che comunque dovevano garantire il suo mantenimento. Il documento viene riportato integralmente per l’importanza storica e l’interesse che suscita la sua lettura, in particolare la minuziosa elencazione degli obblighi e le particolari spettanze che gli sono riservate nell’espletamento delle sue funzioni.
“Adì 10 novembre 1804 - Dietro il verbale permesso dal Cancelliere Distrettuale dato al nostro Parroco, e sulle istanze del Parroco stesso Domenica prossima ventura sarà li 18 corrente si radunerà questo Concilio Vicinale in sacristia, luogo solito di tale adunanze per dare l’evasione ad alcuni affari di sua competenza, ciò è, per approvare la riforma dell’accordo Parrocchiale richiesto dal R.do Parroco.
Catalogo delle persone capaci di voto radunate in Consilio, inerente alla soprascritta cedola
Gio. Batta Carobbio q: Domenico Antoni Epis q: Lodovico Gio: Recuperati q: Giuseppe
Alberto Epis q: Giuseppe Gio: q: Gio: Batta Grassenis Pietro Pizzamiglio di Gio:
Francesco Furia Martino q: Gio: Pasotto Antonio Epis q: Antonio
Gio: Epis q: Giuseppe Fran.co Grassenis q: Dionisio Bortolo Carobbio q: Gio:
Gio. Batta q. Pietro G. Carobbio Gio: Pace Carobbio Alberto Carobbio q: Gio:
Paolo Epis Belotti Andrea Epis q: Antonio Francesco Epis Polini
Gio: Batta q: Giov. G. Carobbio Lodovico Epis di Gio: Maria Felice Carobbio q: Giovanni
Alberto q: Paolo Carobbio Lodovico Carobbio Giovanni Grassenis
Pietro di Gio: Carobbio Andrea Epis q: Grisando Gir.mo Grassenis di Gia.o Ant.o
Gio: Epis q. Lodovico Paolo Pizzamiglio di Gio: Giacomo Grassenis
Prete Carlo Carobbio Franc.co q: Giuseppe Epis Bortolo Grassenis
Alessandro Epis q: Pietro Giacomo Ant.o Tavernino Gio: Carobbio q: Dom.o
Paolo Grassenis Gabriele Pampuri Gio: Epis - Bara
Bernardo Epis q: Antonio Carlo Grassenis Santo Pizzamiglio
Giacomo Epis q: Giovanni Stefano Epis di Gio: Gio: Batta Epis - Ghisetti
Gio: Recuperati q: Gio: Batta Silvestro Carobbio Gio: Maria Grassenis
Dichiarazione e riforma de capitoli Parochiali fatti li 5 marzo 1796 nell’elezione in Paroco di Oneta di D.Tommaso Epis da esso proposta al Concilio Vicinale radunato in sacristia nel giorno di Domenica 18 novembre 1804 per la sua approvazione inerentemente alla suespressa cedola stata affissa otto giorni avanti sulla porta maggiore della Chiesa.
1° cap.o - La vicinia (abitanti) d’Oneta conferma al suddetto Paroco la mercede (compenso) accordata nella sua elezione di lire ottocento all’anno, ed a ragion d’anno, da ridursi poi se sarà necessario a moneta di Milano, giusta le leggi. Quale mercede si cava da redditi de capitali e dopo questi non arrivano, dalla tasca personale conforme al pratticato in addietro e si erigerà a spese di detta vicinia. Si farà poi entrare in mano del Paroco ogni trimestre in quattro ratte uguali.
2° cap.o - Esso Paroco è obbligato a celebrare messa tutti i giorni festivi propopulo senza altra limosina alle ore competenti secondo le stagioni, e più commode al popolo stesso. Anderà a cantar messa al Frassine cinque volte l’anno, ciò è nella seconda festa di Pentecoste, nel giorno di S. Gio: Batta, nella festa della Visitazione di M.V., nella solennità del Carmine, e nel giorno di S.Francesco, e per la presenza gli si darà il pranzo, overo lire due, eccettuato il giorno di S. Francesco, in cui applicherà la messa per il legato ed averà lire tre per limosina. Anderà parimenti nelli Oratori della SS.ma Trinità, di S. Antonio Abate, e di S. Rocco ne giorni de lor titolari respettivi a cantar messa, ed avrà lire due per la presenza. Canterà messa nella Parochiale nel giorno 3 dicembre anniversario della dedicazione di detta Chiesa.
3° cap.o - Detto Paroco è obligato fare i funerali, ed i parenti de defonti gli contribuiranno lire quattro e mezza per l’offizio, e messa cantata, e per la torcia quando vi si mette, ciò è quando si canta parata lire due, restante al medesimo Paroco tutta la cera minuta dopia degli altari, del cavaletto e delle sue mani, quale cera non abbia ad aver minore d’un oncia, e mezza per candela. Per i funerali de fanciulli averà lire tre di limosina, e vi metterà la cera minuta del proprio.
4° cap.o - Detto Paroco è obligato a far li offizi ne giorni 3° - 7° - 30°, ed anniversario, quando i Parenti de defonti lo vogliono ed abbia la limosina come nei funerali, cosi anche la cera senza la doppia.
5° cap.o - Farà li offizi lasciati per legato da adempirsi in questa Parochiale, ed anche li offizi de morti colle limosine, che si raccogliono in fine di carnovale mettendo a fruo la cera propria suglia altari, al cavaletto, ed in mano de sacerdoti intervenienti della Parochia colla limosina fissata da Sindici amministratori con autorità vescovile, come si può vedere al libro dei legati.
6° cap.o - E’ obbligato dar il segno della Salutazione Angelica alla mattina, mezzogiorno, e sera de giorni feriali, quando non sia assente per causa ragionevole.
7° cap.o - Manterrà accesa la lampada avanti l’Altar maggiore coll’oglio, che si provvede dalla Scuola del S.mo Sacramento: Custodirà ben netta, e pulita la biancheria, lavandola quando fa bisogno, col sapone che gli provvede la Scuola suddetta e cio per lire sedici all’anno. Sia pure sua ispezione di tener ben custoditi i paramenti della Sacristia. I corporali poi e certa biancheria fine quando si fanno aggiustare, sia a spese della Scuola.
8° cap.o - E’ obbligato fare le tre protezioni così dette di S. Barbara per la conservazione de frutti della terra (Rogazioni), le quali anticamente si facevano nei tre primi venerdì di maggio; ma alcuna impedita si faccia nella Domenica susseguente.
9° cap.o - E’ obbligato tutti li giorni festivi occorrenti fra li tre maggio e 14 settembre inclusivamente eccettuate le feste delle SS. Reliquie, del Carmine, e dell’Assonta a leggere quella parte di Vangelo detto volgarmente il Passio, ed ha in ricompensa il diritto di far la questua per tutta la Parochia nel mese di settembre, secondo il solito, e quando gli piace.
10° cap.o - Ha il diritto di celebrare messa fuori di Parochia sei feste all’anno, e di applicarla a suo beneplacito purche altretante volte supplisca nei giorni feriali pro Populo.
11° cap.o - La vicinia somministra al paroco le cere necessarie e convenienti per le fonzioni della settimana santa, che sono candele n. 22 e tre più grosse per il triangolo del sabbato Santo e queste cere dopo d’esser state arse in tali fonzioni rimangano a disposizione del medesimo secondo l’uso.
12° cap.o - Nei Battesimi i parenti del nascito somministrano al Paroco la candela, e il fazzoletto bianco da ridare in dette fonzioni, ovvero soldi quindeci tanto per l’uno come per l’altra, che sono in tutto soldi trenta.
13° cap.o - Il Paroco poveda a sua spese il vino, le ostie, e la cera per le messe feriali proprie ed il vino, e le ostie anche per le festive, come anche le particole per le communioni occorrenti nella parochiale. Sia pure a sua spese, quando si fa, la visita del Vicario foraneo, e la Congrega.
14° cap.o - Ultimamente esso Paroco adempirà a tutte le obligazioni, che gli incombono secondo il suo officio a norma de sacri Canoni, Concilij Generali, Sinodi Diocesane ecc..
Approvati con voti favorevoli n. 42 contrari 6
In tale occasione fù proposto di lasciar il pane e sale delle dispense per quanto spetta a detta Vicinia, e comprenderlo nelle mercede del Paroco.
Adottato con voti favorevoli 44 contrari 4
Io Gio: Battista Carobio Amministratore Comunale.
Costruzione dei cimiteri di Villa e Chignolo
1808 - Presso l’archivio di Stato a Bergamo giace un interessante carteggio attraverso il quale è stato possibile risalire al periodo di costruzione dei due cimiteri. I documenti si sono conservati grazie ad una controversia sorta con l’esecutore dei lavori, un certo Giovan Battista Carobbio, il quale, stando all’opinione degli amministratori comunali del tempo, si sarebbe messo alla costruzione delle opere suddette senza passare attraverso una regolare gara d’appalto e senza aver stipulato col comune uno specifico contratto. La lite finisce sul tavolo del vice prefetto che chiede informazioni al sindaco di Gorno, il quale certifica la buona fede del Carobbio. Anche il Parroco di Oneta Don Tommaso Epis risponde alle informazioni richieste dal funzionario e con una lettera del 13 dicembre 1813 così dichiara: “Certifico io sottoscritto e chiunque d’aver udito Antonio Epis fù Sindico di questo comune nell’anno 1808, che voleva dar ordine a Gio: Batta Carobbio muratore di abboccare, e levare all’asta l’impresa di fabbricare i campi santi di Oneta e di Chignolo per conto del Comune essendo ciò che il detto Carobbio ha eseguito, ed io inerentemente all’ordine avuto dal Sindico o Anziano ho pregato varie volte il Popolo in Chiesa di prestare a lavorare per tale fabrica avertendolo nel medesimo tempo, che le giornate, che si farebbero sarebbero poste a sconto della tassa personale che doveva farsi per detta fabbrica. In fede Don Tommaso Epis Paroco”.
Un’altra lettera del medesimo parroco datata 15 gennaio 1821 ci informa che il costo cmplessivo delle due costruzioni fu di 1.400 lire, che la perizia venne fatta dall’Ing. Tognoli mentre le realizzazioni vennero eseguite su disegni dell’Ing. Caniana e che a distanza di tredici anni dalla conclusione dei lavori le lamentele della parti in causa non si sono ancora sopite.
La costruzione dei nuovi cimiteri venne imposta da un decreto napoleonico che stabiliva la sepoltura dei morti fuori dalle aree urbane, si proibiva quindi la consuetudine secolare di inumare i corpi sotto il pavimento delle chiese o nelle aree ad esse adiacenti. Sappiamo per certo che l’antico cimitero di Villa era ubicato sotto il portico, accanto alla porta maggiore e sul lato nord in prossimità del campanile.
L’8 giugno 1887 visita la nostra parrocchia il vescovo Guindani, nei verbali descrive il vecchio cimitero in cui cita alcuni particolari interessanti per quanto riguarda le consuetudini del tempo in merito alle sepolture. Si legge: “...nel cimitero vi è la Cappella e a questa vicino si seppelliscono anche i sacerdoti. Vi ha luogo distinti per fanciulli battezzati morti avanti l’uso della ragione. Non vi è l’ossario avendo cura però il seppellitore di risotterrare le ossa subito che compariscono alla superficie. Il cimitero è difeso da muri alti e alle porte da cancelli. Non vi si seppelliscono infedeli, eretici, scismatici od altri, ma vi ha una parte del cimitero destinata per essi. Non vi sono iscrizioni profane o scandalose”.
Se vi erano spazi appositi per sepolture di persone non in linea con il credo cattolico, per gli stessi motivi si seguiva una procedura particolare per i figli nati fuori dal matrimonio, illegittimi, detti anche figli del peccato. Il giorno stesso della nascita venivano battezzati di notte e nel caso di morte seppelliti sempre di notte.
Il vecchio cimitero di Oneta verrà totalmente rifatto nel 1947 ed inaugurato nell’estate del 1948 Sebbene fosse un’opera di competenza comunale, la popolazione vi prese parte attivamente con offerte dirette in danaro, trattenute mensili sulla paga e con l’apporto di numerosa manodopera gratuita. Viene creato un comitato pro restauri cimitero, presidente è il parroco Don Giacomo Torri che segue personalmente lo stato avanzamento lavori, al quale vengono consegnate tutte le offerte. I lavori sono appaltati all’impresa di costruzioni Legrenzi Francesco di Clusone alle cui dipendenze vi lavorano 10 muratori di Oneta, ma vi partecipa pure l’impresa edile Torri composta dai fratelli del parroco. A lavori ultimati il costo fu di lire 1.612.130 pagato quasi interamente con la generosità della popolazione di Oneta.
Caduta del Governo Napoleonico
1814 - Napoleone viene sconfitto a Waterloo, con il congresso di Vienna passiamo sotto il dominio austriaco. Il Dipartimento del Serio che aveva avuto la sua consacrazione come figura a sé e propria personalità sin dal 1805 conclude il suo ciclo e si scioglie.
Mairone da Ponte descrive il paese di Oneta
1820 - Mairone da Ponte, pubblica il “Dizionario Odeporico” in cui descrive i paesi della provincia Bergamasca sotto il profilo storico, politico e naturale. La narrazione di Oneta è riportata a pag. 201 del secondo volume, sebbene vi siano alcune imperfezioni, rimane comunque uno dei primi documenti da consultare nella ricostruzione storica. Ecco come il Da Ponte dipinge il nostro paese:
“ONETA villaggio della Valseriana superiore, pertinenza del distretto e della pretura di Clusone è comunità composta di due parrocchie, l’una Oneta propriamente detta, e l’altra Chignolo di Oneta; anticamente erano una parrocchia sola, che fu divisa in due l’anno 1627.
Questa vasta comunità è propriamente sull’estremo punto della valle secondaria detta Valgorno; e a ponente confina colle parrocchie di Zambla, e di Cornalba di Valbrembana, a settentrione con Premolo, a levante con Gorno, e a mezzodì con Vertova.
Il suo territorio nella massima parte sopra erte pendici frastagliate da nude rocce inaccessibili ha dei boschi d’alto e basso fusto, dei pascoli, dei prati, e pochi campi lavorati questi massimamente a orzo, ed a frumento. Quindi molti dei suoi trecento (1) abitanti attendono alla mandra ed al gregge piuttosto che all’agricoltura, la quale ha pochi seguaci.
Ha la chiesa parrocchiale della villa sotto l’invocazione della santissima Assunta che vi è rappresentata in tela all’altar maggiore da buon pennello, ed è soggetta alla pieve di Clusone. Vi è ausiliaria una chiesa intitolata la Madonna del Frassino, ove onorasi la Vergine visitata da santa Elisabetta, dipintavi in tavola da eccellente antico pennello. Vi esistono altro oratorj ancora in onor della santissima Trinità, di s. Antonio Abbate, e di s. Rocco, il primo nella contrada di detta Scullera (2), e l’ultimo nell’altra chiamata Villa; ha anche le contrade di Ortello e di Cantone.
In Oneta una piccola istituzione detta della Misericordia dà qualche soccorso ai sui poverelli; resta questo villaggio lontano otto miglia da Clusone, e ventuno da Bergamo; ed ha di estimo censuario scudi 23198. 2. 5. 0. 7., e centotrentuno possidenti estimati”.
(1) Nel 1820 gli abitanti erano circa 530
(2) L’oratorio della SS: Trinità non è della Scullera bensì della contrada Plazza
Scioglimento della Lega di Honio
1827 - Per effetto di un decreto regio che ordina il riparto di 28.444 pertiche di terreno la Lega di Honio cessa dopo sei secoli di esistere. La confederazione era ancora vitale al tramonto della dominazione veneziana; un documento del 29 settembre 1782 menziona una causa giudiziaria intentata dal comune di Oneta contro Angelo Bonfanti e il “Comun di Onio” che pretendevano di tagliare un bosco i cui confini non erano chiari.
La questione dei confini comunali mai ben definiti ha sempre assillato la comunità di Oneta, in special modo con il comune di Oltre il Colle con il quale in varie occasioni si cercò di superare le inevitabili incomprensioni attraverso un accordo bonario. Infatti il 30 settembre 1782 vengono incaricati i “Sindici di regolare li confini del presente Comune con quello di Oltre il Colle”. Ma la controversia nel 1810 non è ancora risolta dato che in tale periodo viene nominata dal Comune di Oneta una commissione esterna con a capo un perito “geometra” allo scopo di chiudere in modo definitivo la contesa dei confini comunali.
Insurrezzione contro gli Austriaci
1848 - Insurrezione a Milano contro gli austriaci “Cinque giornate”, al moto popolare partecipa un nostro concittadino Giov. Battista Gasparino Mazzoleni detto “Valdimagn” nato in località Costi il 1.10.1822, viene arrestato e condannato a 20 anni di reclusione. Non è dato sapere quale fu il motivo specifico di una condanna così severa, certo è che sotto il dominio austriaco anche un semplice gesto di dissenso veniva punito con il carcere.
Garibaldi entra in Bergamo
1859 - 8 giugno, Garibaldi, alla testa dei Cacciatori delle Alpi, entra trionfalmente in Bergamo. E’ la liberazione della terra bergamasca dal dominio austriaco.
Costruzione del cimitero di Cantoni
1867 - Per creare le premesse fondamentali alla propria totale autonomia in vista della futura separazione della chiesa di Cantoni dalla “matrice” di Oneta il 27 aprile viene stilato dal perito Grassi Santo di Clusone un capitolato per le “opere occorribili per la costruzione del nuovo cimitero”.
Esaminato il luogo viene scelto un terreno denominato “Piani” di proprietà di Ricuperati Sebastiano, l’importo complessivo della spesa è calcolata in lire 2.163,69.
Una frazione dell’area cimiteriale viene, secondo le consuetudini del tempo, divisa in tre parti: uno spazio riservato ai fanciulli non battezzati, un altro per gli “impenitenti”, l’ultimo per le anatomie, che tutti in paese traducono in forma dialettale col termine “otomea”. Il progetto tiene conto del numero della popolazione residente che assomma a 129 abitanti.
Nel 1873 nelle vicinanze del cimitero, verrà eretta una cappella dedicata al patrono S. Antonio Abate, restaurata nel 1928 dovette poi soccombere nel 1964 per fare spazio alla nuova strada provinciale.
L’attività mineraria
1880 - 24 giugno, con decreto del Re Umberto I° viene data la concessione mineraria alla Richardson & C. alla quale subentrerà poco dopo la The English Crown Spelter Co. Ltd di Londra. Dopo un ventennio di attività di ricerca e di coltivazione con metodi primordiali, inizia il vero sfruttamento delle nostre miniere con sistemi industriali e il supporto di tecnici minerari. L’attività così concepita permette l’utilizzo di numerosa manodopera, (nel 1910 vi lavorano su tutto il fronte estrattivo 800 operai) per cui nella nostra comunità si assiste ad un incremento demografico considerevole.
In questo periodo, molta gente venuta da fuori trova nel nostro paese un lavoro più sicuro e un luogo di residenza stabile per sè e la propria famiglia. Nel 1857 la popolazione di Oneta è di 532 abitanti, quasi un secolo dopo nel 1951 è di 1127 abitanti. Il nuovo lavoro del “minerante” inciderà profondamente nel contesto socio-culturale del nostro paese, creando le premesse per una nuova e diversa interpretazione del futuro, con una comunità non più strettamente legata all’economia e alla cultura contadina. Sino al 1982, anno di chiusura delle miniere, per molte famiglie e per diverse generazioni il lavoro del minatore sarà l’unica fonte di reddito. L’afflusso maggiore delle nuove famiglie ad Oneta si ebbe nel periodo che va dal 1870 al 1920, alcune sono ritornate ai paesi d’origine, altre si sono integrate totalmente, fondendosi con la popolazione originaria attraverso il matrimonio. L’elenco che segue ne indica alcune con la rispettiva provenienza.
Nome Provenienza
Acerbis Rigosa
Alberti Leffe
Ambrosioni Branzi
Bendotti Colere
Bettonagli Vertova
Bosio Peia
Benagli Vertova
Balegno Cigliano
Baroncini Castellina Marittima
Bonandrina Casnigo e Barzizza
Carrara Serina
Ceroni Oltre il Colle
Cuter Oltre il Colle
Dordi Parre
Filisetti Piario
Franchina Cazzano
Ghilardi Serina
Gregis Ama
Imberti Casnigo e Ponte Nossa
Lazzaroni Colere
Lenzi Azzone
Mazzocchi Oltre il Colle
Merla Orezzo
Marchesi Crociati Milano
Magagnotti Dolcè (VR)
Nosari Fiorano
Negroni Valgoglio
Ongaro Gandino
Pedrinelli Serina
Piccinali Barzizza
Pedrasi Cerentino Val Muggia
Poli Bondo
Rodigari Valbondione
Rota Roncola
Raineri Vilminore
Serpellini Bossico
Signorini Sovere
Stracchi Mezzoldo
Sileoni San Severino Marche
Tressoldi Albignano
Tadè Cornalba
Tomasini Ponte Nossa
Trussardi Clusone
Zampati Bueggio
Zambelli Lenna
Zanoletti Ardesio
La centrale Cavrera
1893 - Per soddisfare i bisogni di energia elettrica legati all’attività mineraria, furono richieste in tempi successivi alcune concessioni di derivazione d’acqua. La prima domanda venne fatta nel 1893 e l’ultima nel 1929. A seguito delle istanze favorevolmente accolte, la “Vieille Montagne” allora proprietaria della miniera, costruì due impianti di modesta potenza denominati rispettivamente “Cavrera” e “Costone”, quest’ultimo impianto ubicato presso il Ponte del Costone in territorio di Casnigo. La prima centrale Cavrera venne realizzata accanto all’omonimo ponte sull’antico percorso per Chignolo, con dinamo ma senza alternatori capace di produrre energia elettrica solo in continua; è possibile tuttora osservare i resti dell’edificio in completa rovina. Successivamente, nel 1925 la centrale venne spostata all’interno della montagna in una camera sotterranea, un po’ più a valle del precedente impianto, dotata questa volta di due turbine delle Costruzioni Meccaniche Riva, e due alternatori della Tecnomasio capaci di sviluppare rispettivamente 160 KVA e 130 KVA in corrente alternata. Vennero così soddisfatte allora le totali esigenze della miniera consentendo di fornire l’illuminazione ai paesi di Gorno, Oneta e Oltre il Colle. Una parete della sala dove sono collocate le turbine venne affrescata con una certa efficacia da un pittore dilettante di Casnigo del quale si è perduto il nome.
I caduti
1915 /18 - 1940/45 - Obbedienti alle sacre leggi della Patria, 25 giovani di Oneta cadono sui campi di battaglia in difesa dei confini nazionali. Sono quasi tutti alpini e si distinguono per il loro particolare valore. Ragazzi poco più che ventenni rapiti alla vita e agli affetti dei loro cari per adempiere ad un sacro dovere. Il tempo trascorso ci ha allontanati da quei tragici momenti, l’oblio in cui tutto si perde e tutto si cancella è sempre in agguato, ma il pianto sconsolato di tante madri che non videro il ritorno dei loro figli non può essere dimenticato. La nostra comunità ricorda questi suoi figli e l’orrore della guerra con lapidi poste sul sagrato delle chiese parrocchiali di Oneta e Cantoni.
I caduti di Oneta e Chignolo
Caduti nella guerra 1915/’18 Caduti nella guerra 1940/’45
Nome caduto il Luogo Nome caduto il Luogo
Bergamini Basilio 24.2.17 Val di Ledro Borlini Pietro 4.9.42 Arliano Lucca
Borlini Giovanni 20.5.17 Monte Santo Dallagrassa Gerolamo18.12.42 Monte Pinerolo
Carobbio Giovanni 20.6.17 Ortigara Epis Francesco 17.10.43 Vercelli
Dallagrassa Luigi 24.12.17 Mantausen Dallagrassa Severo 31.12.44 Piacenza
Dordi Pietro 25.2.18 Austria Epis Bonaventura 2.5.45 BassaVal Venosta
Epis Alessandro 2.12.16 Rombon Carobbio Alessandro Disperso in Russia nel 1942
Epis Antonio 20.2.18 Kengermezo
Epis Enrico 8.2.18 Milowitz
Epis Fermo 11.12.18 Milano
Epis Severo 21.8.17 Carso
Grassenis Giovan Maria 26.11.15 Sabotino
Grassenis Giovanni 29.6.16 Sagrado
Poli Giuseppe 13.7.17 Monte Nero
I caduti di Cantoni
Caduti nella guerra 1915/’18 Caduti nella guerra 1940/’45
Nome caduto il Nome caduto il
Epis Giuseppe 5.12.1917 Ricuperati Basilio Disperso in Russia 18.12.42
Epis Battista 1.1.1920 Zanni Arturo 8.1.1945 Polonia
Epis Giovanni 7.1.1918
Ricuperati Antonio 20.10.1918
Un bellissimo epitaffio è inciso su una lapide a Cantoni: Ad ammonir i posteri di un debito inestinguibile verso i magnanimi figli che per la patria caddero.
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L’epidemia di Spagnola
1918 - Una epidemia violenta e mortifera colpisce il mondo intero provocando la morte di circa 15 milioni di individui. La malattia infettiva che si diffuse sul finire della prima guerra mondiale in forma pandemica era causata da un virus di tipo “A” che procurava un forte e repentino innalzamento della temperatura corporea: 39° e 40°, con complicazioni polmonari (edema polmonare acuto e polmonite), che furono la causa prima dell’alta mortalità. Vennero colpiti principalmente i bambini e gli anziani e per Oneta fu una vera strage, morirono in quell’anno 44 persone. Nel 1890 il nostro paese era già stato interessato da una analoga epidemia che si portò via 38 abitanti in massima parte bambini.
Viabilità
1923 - Oneta viene raggiunta dalla strada carrozzabile, ciò consente alla nostra comunità di uscire da un faticoso isolamento e di avviare un lento ma progressivo processo di sviluppo urbano. Nel 1946 la strada prosegue sino alla frazione Scullera. I lavori riprendono nel 1957 per raggiungere la frazione Cantoni nel 1964 e poi il Colle di Zambla permettendo di collegare le due valli Seriana e Brembana nell’estate del 1970.
Gli Alpini
1929 - Si costituisce il Gruppo Alpini della Val del Riso che comprende Gorno e Oneta. Nel 1935 presso l’osteria dell’Antognina (in piazza Chiesa) viene fondato il Gruppo Alpini di Oneta, in tale occasione la stessa Antognina fu la madrina del gagliardetto. Per la distanza e le difficoltà di collegamento con la sede in Villa, gli alpini di Chignolo fondano nel 1960 un proprio Gruppo autonomo ed indipendente, accade quindi che sullo stesso comune ci siano due gruppi alpini ciascuno con una propria sede e un distinto gagliardetto. Inizialmete l’attività era limitata alla partecipazione a raduni di zona e nazionali; in seguito per creare ulteriori occasioni di aggregazione entrambi i Gruppi hanno organizzato gite aperte a tutti e ritrovi in luoghi specifici che sono diventati appuntamenti fissi.
L’operosità degli Alpini di Chignolo si è concretizzata in vari interventi di carattere sociale, si ricorda in particolare l’aiuto prestato nella costruzione della casa degli anziani a Redona, nel 1980 hanno realizzato presso il cimitero il monumento ai caduti, mentre nel 1985 hanno collocato presso Ortello sulla sommità di un poggio che domina tutta la valle, una grande croce stilizzata a testimonianza della fede che anima lo spirito degli alpini.
L’attività del Gruppo Oneta-Cantoni ha trovato spazio in numerose occasioni nell’aiuto fattivo e nel sostegno anche economico verso importanti iniziative sociali, si ricorda fra le tante l’aiuto nella costruzione del centro per disabili di Endine Gaiano. Nel 1982 hanno eretto il monumento ai caduti al Santuario del Frassino; nel 1991 il parroco Don Lino Togni chiese ed ottenne dai soci del gruppo la disponibilità a lavorare per il restauro della chiesa di S. Rocco. La manodopera e la buona volontà furono le preziose risorse che consentirono a quel luogo di culto di ritornare all’antico splendore. Grazie all’interessamento dell’Amministrazione Comunale e dopo tre anni di duro lavoro, nel 1997 hanno inaugurato la loro sede (1), spaziosa ed accogliente, costruita sul terreno donato dalla Signora Margherita Merla.
Non vi è dubbio che i due Gruppi Alpini di Oneta hanno dimostrato in varie occasioni di avere un cuore grande e di essere una risorsa preziosa per la comunità quali portatori di valori e principi indissolubili.
(1) Il fabbricato è di proprietà del Comune, in base agli accordi stipulati tutta la struttura rimane in concessione al Gruppo Alpini sino a quando le penne nere di Oneta manterranno in vita il loro sodalizio.
L’asilo di Oneta
1954 - Don Rodolfo Brumana giunge ad Oneta alla fine di novembre 1953, è stato curato di Gorno conosce quindi molto bene la realtà del nuovo paese e le sue più importanti necessità. All’inizio dell’estate 1954 provvede a consolidare ed abbellire il muro che circonda l’area del Santuario ed a sistemare in parte il “locale” . Porta però nel cuore il desiderio di costruire un asilo con una struttura nuova e moderna in grado di accogliere ed assistere, con apposita refezione, tutti i bambini dai tre ai sei anni allo scopo di impartire loro l’educazione pre-elementare.
La spinta ad intraprendere un’impresa tanto impegantiva era nata da un progetto non realizzato delle A.C.L.I. (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani) che erano sorte su iniziativa di Pio XII per promuovere e affermare i principi religiosi della vita quotidiana, affiancando l’opera dei sindacati di categoria. Su questi principi fondamentali di “formazione” e “assistenza” che dovevavo svolgersi in armonia con le direttive impartite dalla Chiesa e per questo garantite dalla presenza di un ecclesiastico, le A.C.L.I. contattarono nel 1952 il parroco di allora, Don Torri, per utilizzare la casa di proprietà della parrocchia di Oneta denominata “cà dol Cürat” (1) da adibirsi a “Scuola professionale per la gioventù” come prima formazione per l’avviamento al lavoro. Si fecero alcuni studi di attuazione ma alla fine risultò che il fabbricato non era idoneo e quindi il progetto venne abbandonato. Nacque allora l’idea di utilizzare la casa per accogliere l’asilo.
Nell’agosto 1954 venne dato l’incarico di stilare il progetto al Sig. Imberti Andrea “Bèta” che consisteva nella sistemazione della casa per ricavare un appartamento per suore, due aule da adibire ad asilo infantile ed infine un salone da realizzarsi ex novo per il soggiorno dei bambini o riunioni delle associazioni della Parrocchia. Durante la fase di costruzione si intravvide la possibilità di alzare la parte superiore del salone per ottenere un nuovo fabbricato con due appartamenti. Nel 1955 il complesso principale dell’imponente struttura era già ultimato grazie al concorso generoso della popolazione. Restavano da attuare ancora alcune opere per consentire la perfetta funzionalità dell’asilo, si richiese quindi al Ministero del Lavoro un prolungamento del cantiere che prevedeva una spesa complessiva di L. 1.826.840 di cui L. 1.183.540 a carico dell’Ente Statale, la differenza a carico dell’Ente gestore (A.C.L..I. di Oneta).
Il primo ottobre 1957 il Provveditore agli Studi di Bergamo accoglie la domanda del parroco Don Brumana tendente ad ottenere l’autorizzazione per l’apertura del nuovo asilo infantile parrocchiale denominato “S. Maria Immacolata”; con la medesima delibera viene approvata la nomina dell’insegnante Regolini Gesuina di Parre.
Nel 1960 dopo varie insistenze del parroco Don Brumana, viene accettata la direzione dell’asilo dall’Istituto S. M. Assunta che mette a disposizione due insegnanti religiose: Suor Maria Rosa Cornelli e Suor Emilia Magoni. Le religiose si prodigheranno in tutte le attività parrocchiali e scolastiche lasciando un vivo ricordo nella gente di Oneta per il prezioso lavoro svolto improntato ad un grande spirito di abnegazione.
Nell’anno scolastico 1972/’73 l’asilo di Oneta ottiene la concessione a Scuola Materna Statale.
Il Consiglio di Amministrazione dell’anno 1957 che aveva il compito di seguire la parte finale dei lavori e la successiva gestione dell’asilo era così composto:
Don Rodolfo Brumana Presidente
Bendotti Andrea “Miro” membro
Imberti Andrea “Bèta” “
Epis Gerolamo “Prefadé” “
Epis Guglielmo “Mèrcör” “
(1) Attualmente sede di uno sportello bancario del Credito Bergamasco
(2) Il materiale di risulta dello scavo di fondazione veniva evacuato per mezzo di una teleferica che scaricava in un avvallamento denominato “fodrac” dove attualmente c’è il campo sportivo.
La scuola elementare di Villa
1975 - Si conclude la costruzione della nuova scuola elementare di Villa che diventa operativa nell’anno scolastico 1975/’76.
L’attuazione dei lavori comporta la realizzazione di una strada di accesso con occupazione di terreni privati permettendo di creare le basi per uno sviluppo immediato dell’edilizia privata e le premesse per un ulteriore proseguimento del tratto stradale verso la frazione Plazza.
La licitazione privata del 27.4.1973 assegna la costruzione dell’edificio scolastico alla ditta Giovanni Benagli di Vertova per un importo complessivo di lire 52.337.755.
L’istruzione nel mondo antico è sempre stato un privilegio dell’aristocrazia e del clero, le poche persone istruite erano rispettate e circondate da un alone di sacralità. Per molti secoli, una sia pur minima azione culturale venne attuata dalla Chiesa attraverso le varie confraternite del SS. Sacramento o della Dottrina Cristiana che impartivano lezioni basate su una serie di norme morali, civili e religiose, che traevano origine da quel misto di principi morali e di buon senso, tipico delle società contadine. Non avevano quindi una grande influenza nel migliorare il livello culturale dei ragazzi, tuttavia accadeva che qualcuno imparasse a leggere e a scrivere.
Solo alla fine del settecento parecchi preti si impegnarono in prima persona nell’aiutare la gente ad elevarsi culturalmente, istituendo vere e proprie scuole, sfruttando gli spazi della canonica e della sagrestia, che comprendevano un numero impressionate di ragazzi.
La legge Casati del 1859, riconoscendo la grande importanza dell’istruzione per un paese ormai prossimo all’unità politica, venne in soccorso alla penosa situazione con l’apertura delle scuole elementari sotto la direzione del comune con maestri regolarmente pagati dallo Stato. Oneta si adegua alle nuove disposizioni, garantendo a tutta la popolazione scolastica la disponibiltà dei locali, un minimo di riscaldamento e di attrezzatura.
Nel 1877 il Regno d’Italia perfeziona la legge Casati rendendo la scuola elementare obligatoria e gratuita per tutti i bambini dai sei a nove anni.
Il regolamento scolastico del Regno Lombardo-Veneto datato 7 dicembre 1818 dice quanto segue:
“dove il numero dei fanciulli tra maschi e femmine, dell’età dai sei ai 12 anni fosse minore di 50, si potrà provvedere all’istruzione senza istituire una scuola regolare. I parroci li potranno radunare presso di loro, e istruirli in comune. Se il numero dei fanciulli oltrepassa quello di 100, si può istituire, in alcuni casi, una seconda scuola”
Il programma comprendeva: i pricipi della religione cattolica, il leggere, lo scrivere, l’aritmetica, le misure e le monete in corso.
L’orario scolastico era di 22 ore settimanali, di cui 5 di religione. La scuola iniziava sempre con la recita delle orazioni, il parroco era esortato a visitare la scuola di sovente e all’improvviso.
Gli scolari dei tempi passati avevano meno opportunità di apprendimento, erano forse meno istruiti, ma a contatto con la natura e la durezza della vita apprendevano saggezza e buon senso.
La banda musicale
1977 - Si costituisce il Corpo Musicale di Oneta, composto inizialmente da 25 elementi quasi tutti giovanissimi, alcuni non hanno ancora compiuto i dodici anni. La tenacia e la pazienza del Maestro Ambrogio Brignoli di Ponte Nossa permette già il 2 luglio dello stesso anno alla Madonna del Frassino di fare la prima dimostrazione del livello musicale raggiunto. Un solo brano diviso in due parti ed intitolato “Sulle cime dell’Alben” viene suonato e ripetuto più volte sollecitando la curiosità dei forestieri e la commozione della gente di Oneta.
Il sodalizio musicale prosegue il suo cammino con non poche difficoltà per l’esiguo numero dei componenti, tuttavia si impegna ogni settimana con prove di studio che permettono di raggiungere un livello tale da consentire alla piccola banda di esibirsi anche fuori del proprio ambito territoriale. Si ricorda in particolare una partecipazione a Sforzatica, le manifestazioni musicali nei vari paesi della Comunità Montana, i vari servizi musicali nel capoluogo, alla Madonna del Frassino e nelle frazioni, i concerti di Natale. A causa della graduale diminuzione dei componenti e l’impossibilità di avere nuovi apporti il 29 aprile 1987 una assemblea dei componenti il corpo musicale decide lo scioglimento del sodalizio.
La Banda musicale ha rappresentato un bella pagina di storia per Oneta, un contributo di buona volontà di giovani e meno giovani a favore delle tradizioni.
Il museo etnografico comunale
1994 - Grazie all’impegno ed alla appassionata opera del Sig. Epis Franco e di tutti coloro che lo hanno coadiuvato, il Comune di Oneta dispone oggi di un interessante museo dove sono raccolte numerose testimonianze del passato che consentono di riscoprire le proprie radici e comprendere meglio come viveva un tempo la gente della nostra valle. Vi sono esposti attrezzi di lavoro del mondo contadino, gli strumenti dell’attività mineraria, fotografie d’epoca e numerosi oggetti di varia natura alcuni dei quali sono autentiche rarità archeologiche.
Si può percorrere un cammino nel tempo, contemplare oggetti che sono il frutto dell’ingegno e della sagacia della gente semplice e laboriosa dei nostri paesi, constatare la semplicità e la formidabile funzionalità degli strumenti di lavoro, osservare volti in vecchie fotografie che richiamano a lontani ricordi.
Tutto questo è il risultato di una maggiore coscienza del valore dei beni culturali, una coscienza che alimenta la cura e la sollecitudine della gente perché si custodiscano e si difendano le testimonianze visibili, quel “visibile parlare” di ciò che è memoria per una intera collettività.
Il museo si trova nel palazzo comunale in una sala appositamente attrezzata.
Piazza “Ièr”
Piazza “Ièr” non ha alcuna storia documentata da raccontare perché in origine non fu una piazza bensì un’area adiacente a più proprietà con il lato Sud completamente aperto sino a pochi decenni fa. La configurazione di piazza l’ha assunta con la costruzione degli edifici sul lato appena indicato; alla fine degli anni ottanta l’amministrazione comunale ne ha acquisito la superficie destinandola ad area pubblica.
La nuova toponomastica ha assegnato a questa piazzetta il nome di “Ièr” alludendo alle aie che in dialetto vengono dette “ere” da sempre prospicienti la casa contadina; tali spazi svolgevano una funzione importante nelle attività agricole per facilitare la manovra degli animali e permettere la battitura del frumento per separarlo dalla pula sfruttando lo spazio libero. L’area è collegata attraverso un portico passante (1) con la piazza principale del paese, dove c’è la chiesa, tanto da divenirne parte integrante, così che entrambe sono complementari ed insostituibili nella mappa architettonica del capoluogo.
La storia di molti paesi è imperniata attorno alle loro chiese, alle piazze ed alle fontane, che per secoli hanno rappresentato l’unico punto di riferimento di tutta la vita sociale. Sopra le piazze si sono fatti i mercati, gli incanti, letti bandi e gride, stipulato contratti, pronunciato condanne, ma, soprattutto, vi è trascorsa l’infanzia di intere generazioni cresciute nel segno della semplicità dei giochi, molti dei quali oggi scomparsi. Si giocava a: “Zöch di ciche” - “Pirlo” - “Öle” - “Lepa” - “Balù”. In estate la piazza svolgeva la sua funzione più importante, in particolare alla sera costituiva un luogo di incontri e di scambio sociale insostituibile. In essa si ritrovavano gli uomini a parlare della giornata trascorsa, le donne sedute sui “sentai” a filare o sferruzzare e fatalmente a scambiarsi le confidenze, i bambini a giocare finchè scendeva la sera ed ognuno si ritirava nella propria casa.
(1) Il portico passante appartiene all’epoca medievale ed è uno dei pochi elementi rimasti integri dell’antico impianto urbano. Gli abitanti chiamano questo passaggio col nome dialettale “strincét” che tradotto vuol dire stretto passaggio. Ma la storia di questo particolare luogo non è affatto prosaica e non si ferma solo all’etimologia della parola. Nei racconti popolari si narra che le mura dell’antico portico hanno udito palpitare il cuore di tanti giovani innamorati che nella penombra protettiva degli archi si scambiavano fuggevoli baci e dolci promesse d’amore. Il contenuto del racconto e la sua forza evocativa ha sollecitato la fantasia dei giovani di Oneta che hanno sostituito l’antico nome dialettale con uno nuovo simpatico e delicato: “La via dei baci”
Le fontane
Ogni frazione o contrada di Oneta possedeva una o più fontane, alcune provviste del lavatoio per lavare i panni. Un’acqua sana e pulita contribuiva alla buona salute degli abitanti, limitando l’utilizzo di cisterne sempre causa di gravi malattie e infezioni.
Nel capoluogo Villa vi erano due fontane pubbliche oggi scomparse, una situata a metà della via Villa di fianco al numero civico 21, venne demolita alla fine degli anni ’60; l’altra, che ormai pochi ricorderanno, si trovava all’inizio dell’antica mulattiera per la Plazza in Valle Giulia, oggi via Papa Giovanni XXIII°. Di questa fontana si conserva un bel disegno del famoso Architetto Luigi Angelini di Bergamo risalente al 1933.
A Cantoni l’antica fontana si è mantenuta totalmete grazie all’attenta manutenzione e ad un pregevole lavoro conservativo effettuato dagli abitanti del luogo. Percorrendo la vecchia mulattiera che conduce alla Plazza si incontra una fontana ancora integra risalente al 1818 che ha un nome particolare “sèls”.
A Chignolo si conserva una antica fontana situata poco prima della Chiesa di S. Rocco che gli abitanti chiamano “fontana ègia” fontana vecchia, mentre ad Ortello si può vedere una caratteristica fontana molto simile alla “fonte miracolosa” della Madonna del Frassino oggi purtroppo distrutta.
Tante belle fontane che hanno caratterizzato gli antichi nuclei di Oneta sono oggi scomparse, la loro distruzione ha comportato la perdita di un patrimonio di arte e di tradizioni irripetibile, esse sono il frutto della genialità dei suoi abitanti e l’espressione di una logica evoluzione dei centri abitati. Ciò che è rimasto rappresenta comunque un’importante memoria quale elemento di confronto con il mondo moderno.
La mortalità infantile
Nascere nei secoli passati significava affrontare un cammino difficile, dove le probabilità di sopravvivenza erano assai scarse, tanto da considerarsi estremamente fortunato chi riusciva a raggiungere l’età così detta matura. Per molti secoli il parto fu considerato un evento misterioso che incuteva paura, solo agli inizi del 1800 l’ostetricia verrà considerata una scienza e la nascita di un bambino vivo diventerà sempre più un fatto normale.
Il parto rimane comunque un evento esclusivamente femminile, affidato alla rete di solidarietà delle parenti, delle amiche, delle donne della contrada; gli uomini erano rigidamente esclusi, intervenivano solo in caso di emergenza. Su tutto, domina incontrasta la superstizione con i suoi elementi simbolici e magici mischiati ad antiche abitudini tramandate da molte generazioni. Fra queste l’usanza di deporre il neonato sul pavimento di terra battuta, come gesto di devozione alla fertilità della terra, o il divieto di avvolgere la puerpera in biancheria pulita perchè il colore bianco avrebbe attirato il sangue, incoraggiando l’emorragia. In questo panorama di saggezza popolare, ma anche di pratiche discutibili e di condizioni igieniche assai scarse, la mortalità da parto era altissima. Prendendo in esame le comunità di Villa, Scullera e Plazza, nel periodo 1816 al 1890, vi sono state complessivamente 824 morti con età distribuita nel seguente modo:
- da 0 a 1 anno morti 240, pari al 29,19 % di cui 119 nella prima settimana di vita
- da 1 a 5 anni morti 53
- da 6 a 10 morti 23
- oltre i 10 anni morti 506 pari al 61,56 %
Complessivamente i nati sempre per lo stesso periodo sono stati 1020. Con gli opportuni raffronti per ogni 1000 nati, 235 muoiono nel 1° anno di vita, con una media leggermente superiore a quella nazionale valutata nel 1863 in 228 morti per ogni mille nati. In sostanza 316 bambini pari al 38, 44 % nel periodo considerato non hanno superato il decimo anno di età.
Le cause principali della mortalità infantile vanno addebitate alle drammatiche condizioni di esistenza; una assoluta povertà accompagnata da pochissime conoscenze mediche producevano una falcidia spaventosa in quasi tutte le prolifiche famiglie della nostra comunità. Le malattie più ricorrenti erano le gastrointestinali, il tifo, il morbillo e la difterite, il vaiolo e la polmonite virale, la scarlattina e la varicella, che potevano colpire chiunque in qualsiasi momento, imponendo alla comunità un tributo di fronte al quale la medicina si rivelava impotente. Oltre a queste micidiali malattie, vanno chiamate in causa anche gli effetti derivanti da un insieme di pratiche tradizionali, che contribuivano ad accrescere la mortalità. Ad esempio l’usanza di tenere la culla nella stalla nella stagione rigida, oppure la pratica di battezzare in chiesa nei mesi freddi neonati di pochissimi giorni di vita. Per tutto l’800 i bambini di Oneta vengono battezzati il giorno dopo la nascita. Un’altra pratica assai pericolosa era quella delle fasce strettamente avvolte intorno al corpo, così da impedire ogni movimento; metodo che consentiva alle madri di abbandonare tranquillamente il bambino durante le incombenze domestiche. Nel quadro di queste usanze entra pure la somministrazione del vino nei primi mesi di vita, con l’intento di renderli più robusti, oppure l’idea che le croste del capo valessero a conservare il cervello, una concezione che traeva motivo dalla scarsa o nulla cura igienica del bambino.
Tutti questi elementi si inseriscono in una condizione diffusa di insufficiente attenzione per l’infanzia che ha le sue radici nel profondo disagio economico e sociale della popolazione italiana. Per avere un’idea della composizione numerica delle famiglie di Oneta nell’800, basta osservare l’elenco riferito ad alcuni nuclei familiari con i rispettivi soprannomi; si sono tralasciati, per ragioni di spazio, quelli con meno di otto figli :
Famiglia Epis Giovanni “Tonì Grand” n. figli 14
“ Dallagrassa Gerolamo “Momol” “ 16
“ Pizzamiglio Ippolito “Sertùr” “ 10
“ Epis Antonio “Paì” “ 17
“ Epis Gennaro “Zener” “ 12
“ Carobbio Felice “Felis” “ 9
“ Epis Antonio “Matiolì” “ 10
“ Epis Gerolamo “Bandigiù” “ 9
“ Epis Giov. Lorenzo “ Zanèt” “ 10
“ Grassenis Fortunato “Paol” “ 11
“ Epis Antonio “Gaza” “ 11
“ Grassenis Luigi “Manier” “ 8
“ Carobbio Domenico “Stoi” “ 11
“ Epis Francesco “Colsì” “ 11
“ Epis Alberto “Lilo” “ 8
“ Epis Giv. Battista “Sander” “ 11
“ Epis Giovanni “Zambù” “ 13
“ Epis Giovanni “Belòt” ” 9
E’ difficile evitare un trasalimento d’emozione nel constatare tanta figliolanza, l’emozione si fa più profonda quando si viene a sapere che pochi avranno la fortuna di diventare adulti.
In un contesto tanto doloroso è sicuramente emblematico il tragico destino della Famiglia Grassenis Angelo Battista “Magene”che nel volgere di sette mesi dal 15.4.1898 al 29.11.1898 vedrà morire i tre figli ancora in tenera età, e la moglie in coseguenza del parto. Partito per l’Australia Angelo Battista rimarrà ucciso in miniera per un incidente sul lavoro a Broken Hill nel 1913.
Tabella
(1) La tabella non indica l’intera popolazione di Oneta, non sono compresi gli abitanti di Chignolo e dal 1878 nemmeno gli abitanti di Cantoni. L’età media della mortalità è molto bassa a causa dell’elevata mortalità infantile, tuttavia non tutti morivano così presto, leggiamo infatti che il 16.2.1827 all’età di 96 anni muore Antonio Ricuperati figlio di Bartolomeo e di Grassenis Maria. Lo possiamo considerare sino ad ora l’uomo più longevo di Oneta.
Nella tabella dei nati vanno annoverati 10 parti gemellari.
L’emigrazione
Il movimento migratorio assunse in Italia nel periodo 1880/1920 proporzioni impressionanti, solo nel 1906 ben 704392 persone su una popolazione di 33 milioni di abitanti, spinte dalla miseria, presero la via dell’espatrio. Con la speranza di migliori condizioni per la famiglia, affrontavano lunghi viaggi e tutti i disagi di un paese straniero, assoggettandosi ai lavori più umili e pesanti. I nostri emigranti erano preferiti dalle compagnie appaltatrici, perchè disposti a lavorare di più per un salario a volte inferiore. La nostra piccola comunità, contrariamente a quanto avviene in molti altri paesi, non assiste ad un esodo drammatico, poichè la miniera, l’allevamento del bestiame e lo sfruttamento dei boschi, assorbono molta manodopera. Tutte attività che comunque non garantiscono una decorosa esistenza alle famiglie numerose e quindi nessuna prospettiva di emancipazione sociale. Si assiste pertanto da parte di molti giovani e padri di famiglia ad un rifiuto netto verso prospettive di pura sopravvivenza, per alcuni, in tempi più recenti, il desiderio di sottrarsi alla morsa dell’autoritarismo e la volontà di vivere sotto un regime più liberale giocò una parte importante. Sotto questo profilo, i nostri emigranti hanno dato origine ad una corrente migratoria fatta soprattutto di gente di mestiere. Sapevano fare un po' di tutto, oltre che essere grandi lavoratori, come è costume della gente di montagna, potevano essere tranquillamente classificati ottimi minatori, muratori, scalpellini, carbonai, tagliapietra.
Diverse famiglie di Oneta scelsero un paese straniero come sede definitiva, per molti invece la prospettiva del ritorno fu una componente fondamentale, e la partenza non si disgiunse mai dalla devozione alla comunità di appartenenza. Ogni tanto, con i sudati risparmi, segnavano le tappe dei ritorni acquistando un pezzo di terra o apportando migliorie alla casa. I nostri emigranti percorrevano incessantemente le rotte del lavoro, mentre le mogli affrontavano da sole il problema della sopravvivenza della famiglia, che ad ogni ritorno del marito si accresceva di un nuovo figlio; si dedicavano alla povera agricoltura di montagna, allevavano una o due mucche e amministravano le rimesse del familiare lontano. La scelta del paese straniero era legata sostanzialmente alle opportunità di lavoro e alle proprie tendenze professionali. Chi in patria aveva svolto l’attività di boscaiolo sceglieva la Francia, i minatori gli Stati Uniti e l’Australia, i manovali la Svizzera e il Belgio, i contadini l’America del Sud, in particolare l’Argentina. Ognuno diede il meglio di sè, non solo in manodopera, ma in idee, in progetti, in competenza professionale, con quella fantasia e quell’ingegno affinato dalla povertà dei mezzi e dall’indomita volontà di riscattare quella condizione di miseria e di fame lasciata nella madrepatria. E’ giusto ricordare che la ricchezza attuale di cui godono molte nazioni, poggia in gran parte sul lavoro, sul sacrificio e sulle inimmaginabili privazioni di tanta povera gente.
L’emigrazione dei nostri padri ha fornito un apporto non marginale alla mobilitazione finanziaria, all’espansione di nuove energie e forze produttive, a rendere meno statica la configurazione della nostra piccola comunità. L’elenco che segue si riferisce alle persone di Oneta che hanno intrapreso il cammino dell’espatrio nel ventennio 1890-1910 con il relativo paese straniero e il tragico destino a cui molti sono andati incontro:
Epis Carlo “Colsì” Australia
Carobbio Giov. Maria “Felis” “
Pizzamiglio Mattia “Gregore” “
Epis Gerolamo “Bandigiù” “
Epis Giacomo “Bandigiù” “
Epis Battista “Bandigiù” Costa D’Oro Morto in Africa per malattia
Epis Alberto “Lilo” Australia
Epis Giov. Antonio “Tonì Grand” “
Epis Alessio “Sander” “
Epis Giov. Battista “Sander” “
Epis Giov. Battista “Zenér” Stati Uniti Non farà più ritorno
Epis Giov. Giacomo “Zenér” “ Non farà più ritorno
Epis Giov. Battista “Zanèt” Australia
Bettonagli Giov. Battista “ Morto in miniera
Grassenis Angelo “Magene” “ Morto in miniera
Epis Luigi “Zambù” “
Epis Giovanni “Bertì” Germania
Carobbio Giov. Andrea “Matè” Australia
Epis Domenico “Colsì” “
Epis Mattia “Matiolì ” Argentina Non farà più ritorno
Grassenis Giov. Fortunato “Paol” Australia
Grassenis Giov. Antonio “Paol” “
Grassenis Angelo “Paol” Argentina Non farà più ritorno
Epis Giov. Maria “Sander” Stati Uniti
Dordi Giovanni “Durd” Francia
Pizzamiglio Giov. Battista “Sertùr” Australia Morto in miniera
Dallagrassa Giovanni “Momol” Australia Morto in miniera
Dallagrassa Giov. Maria “Momol” “
Pizzamiglio Costantino “Damì” “
Dallagrassa Giovanni “Gobèt” “
Epis Lodovico “Bas” Stati Uniti
Epis Domenico “Zenér” Svizzera Morto sul lavoro
Epis Giov. Maria “Zanèt” Australia
Epis Pietro “Zanèt” “
Epis Antonio “ Morto in miniera
Gli emigranti di Oneta, che hanno trascorso gran parte della propria esistenza lontana dagli affetti più cari, che hanno avuto di meno in tempi più duri e troppo facilmente dimenticati, sono stati in grado di combattere le avversità dei tempi con un sommesso eroismo quotidiano e, pur rimanendo poveri nei mezzi, avevano però preziose doti di tenacia e di prudenza, l’intelligenza e l’accortezza degli uomini di paese che sapevano ridurre tutto alla loro misura e se stessi alla misura della realtà.
La condizione femminile
E’ un mondo difficile, quello dell’età preindustriale, per la donna e per l’uomo: incombeva costante la minaccia di malattie, guerre, carestie. I rivolgimenti economici schiacciavano le categorie più deboli; la chiesa teneva il monopolio dei valori morali della società e degli individui. Le donne in queste vicende non avevano alcun ruolo: la terra, i capitali, il potere e il prestigio erano quasi interamente in mano maschile. Nell’antica società prevalentemente contadina di Oneta, la donna poteva trovare anche un suo spazio di lavoro dove occorrevano buone qualità professionali, come la tessitura dei panni, ma la sua attività non si basava sulla sua condizione professionale, quanto sul suo essere moglie e madre, il che comportava un enorme carico di lavoro.
In questo quadro di grandi sacrifici sopportati dalle donne di Oneta ne risulta una figura femminile coraggiosa, una donna rassegnata al peso di numerose gravidanze e alle disgrazie di tanti figli perduti, sempre occupata nelle faccende domestiche e nel duro lavoro dei campi, circondata da quella povertà che legava la nostra gente con una solidarietà ignorata dal nostro mondo moderno.
La donna viene sollecitata al matrimonio dalla famiglia stessa per alleviare in fretta il peso di tante bocche da sfamare. Sposarsi premeva sia agli uomini sia alle donne, in quanto significava entrare nella comunità degli adulti; in un mondo fondato sul ruolo subordinato della donna, vivere fuori del matrimonio e della famiglia era quasi inconcepibile. Da una analisi dei 209 matrimoni celebrati (1) nel periodo 1816 - 1892, l’età media della sposa è di 25 anni e per l’uomo di 31. L’alto tasso di mortalità comportava spesso una vedovanza precoce che veniva superata in molti casi con un’altra unione, perché la solitudine non era sopportabile e la necessità di unire le forze per tirare avanti era fortemente sentita.
Nonostante tanti travagli e l’enorme rischio del parto le donne di Oneta hanno lasciato un’immagine straordinaria di serenità e fedeltà a dir poco eroica. Spose che sono invecchiate accanto al proprio uomo senza mai lasciarsi, in un legame che nemmeno la morte riusciva a sciogliere.
L’analfabetismo è diffuso e sulla donna ricade l’emarginazione culturale determinata da quel subdolo concetto dell’inutilità dell’istruzione in relazione al ruolo assegnatole di regina del focolare per cui per cucinare e allevare figli non occorreva essere istruite.
Le firme degli sposi sugli atti di matrimonio dal 1816 al 1867 ci dicono che su 132 certificati ben 81 donne non si firmano perché illetterate, pari al 61,36 %, mentre per gli uomini solo 18 su 132 si firmano con la croce, pari al 13,64 %. Occorre ricordare che il tasso di analfabetismo in Italia nel 1871 è di 61,8 % per i maschi e 75,8 % per le donne.
La donna dell’antica società contadina, vissuta per secoli all’ombra della storia (2), è l’immagine della pazienza, della serenità e della forza d’animo.
(1) I matrimoni erano celebrati solitamente di martedi e giovedi, raramente il sabato. Se il matrimonio era di 2° voto veniva celebrato al mattino presto.
(2) Il movimento delle donne ha permesso di riportare la figura femminile sul proscenio della storia, ponendo alcuni interrogativi sul loro passato e il loro futuro. Il femminismo non si è battuto per l’uguaglianza assoluta uomo donna, al contrario, ha teorizzato la “differenza” e quindi una più corretta riflessione sui ruoli.
Epis Maria Carolina “Polì” detta “Chel-che-lè”
Oggi la storia dei costumi e della mentalità ha ricevuto le sue patenti di nobiltà, si riconosce volentieri che anche gli aneddoti possono avere valore di storia.
La vita rurale
La maggior parte delle energie, della vita lavorativa e dei ruoli dei contadini nell’economia rurale, ruotavano intorno alla produzione del cibo necessario a mantenersi in vita e del combustibile sufficiente a scaldarsi d’inverno e a cucinare, la fame era un problema strutturale, la carestia e la povertà erano fenomeni generalizzati.
In un mondo in cui sopravvivere era l’imperativo principale inevitabilmente vigeva un cupo determinismo. Da ciò che si mangiava e dal combustibile che si usava per riscaldarsi e cucinare dipendeva la distinzione fra ricchezza e povertà.
La popolazione rurale viveva nella paura, la moria del bestiame era un altro evento che poteva compromettere definitivamente l’esistenza già precaria di una famiglia che, con la morte della mucca, della capra o del maiale, restava di colpo senza proteine. Il fatto che una bestia sana potesse ammalarsi e morire dall’oggi al domani era fonte di paura che la società moderna non può capire.
Si mangiava su taglieri di legno, si sedeva su dure panche, si indossavano abiti tessuti in casa messi insieme rozzamente e passati di generazione in generazione. Tutti mangiavano le stesse cose che avevano mangiato per tutta la vita i loro antenati; verdure ricche di acqua come lattuga, sedano e cavolo saziavano la fame, mentre farinate di cerali diversi costituivano il nucleo centrale del pasto, in particolare la polenta con farina di mais (1) che veniva cucinata in varie versioni: boia, pult, borfadei, fregaröi, cünsada, buida, brostülida. Le proteione venivano assunte tramite uova o latte, mentre la carne era pietanza rara, da eventi festivi. Vivevano a stretto contatto con il bestiame e convivevano con fastidiosi parassiti. L’acqua si andava a prendere alla fontana pubblica o si pescava dalle cisterne, si usava con parsimonia per cucinare e per sciacquare pentole e scodelle. D’inverno le case erano piene di fumo e di correnti d’aria, inevitabilmente la stalla diveniva il rifugio obbligato per sfuggire ai rigori del freddo.
(1) In dialetto bergamasco detto “melgott”. Questo importante cereale proveniente dall’America centrale venne seminato per la prma volta nella bergamasca nel 1632
La stalla
Nella stalla mucche e vitelli erano allineati e legati alla greppia “traìs” con la catena e un collare di legno “gambisa” che veniva chiuso al collo della bestia con un chiavistello “cocaröl”; sopra un impalcato “madér” sostenuto da colonne in pietra o da pali di legno c’era il fieno “fènér” dove spesso si stava a dormire; il pavimento in acciottolato “rés” era diviso a metà da un canaletto di scolo dove si raccoglieva il liquame “rosèt”. Escrementi e liquame insieme con la foglia fornivano il letame “rüt” prezioso concime per il prato.
La reazione chimica dei prodotti fisiologici e il fiato delle bestie contribuivano a creare un odore inconfondibile: l’odore della stalla.
Questo ambiente fondamentale della vita contadina era il luogo di socializzazione primaria; andare nella stalla, soprattutto nelle lunghe sere invernali, significava occupare il tempo libero in compagnia di persone, scambiare informazioni e notizie, raccontare e sentire storie divertenti. Nella stalla nascevano gli indovinelli, le fiabe, i soprannomi e le terrificanti leggende che parlavano del diavolo, degli spiriti dei morti, delle streghe e di una serie infinita di malefici che atterrivano bambini ed adulti. Si può sicuramente affermare che la stalla è stata per secoli la “scuola” dei poveri.
Le leggende
Chi sapeva raccontare storie convincenti di magie e potenze occulte evocando gli spiriti del male catalizzava l’attenzione di tutte le persone convenute, in un silenzio irreale rotto solo dal tramestio degli animali, si ascoltava il racconto che il tono di voce e la gestualità ben orchestrata del narratore contribuivano ad accrescere la tensione e la paura.
Uno di questi racconti, esemplare per il suo contenuto estetico e letterario, con l’intento della conservazione perché certamente tra non molto nessuno lo ricorderà più, viene riproposto nell’espressione dialettale. Il titolo è: La càsa de mórt del diàol. (la cassa da morto del diavolo).
’n di nòcc bröte e fosche de temporàl, o colde sofegade che s’ga rìa mia a tirà ‘l fiat, la sa fàa sént per la àl la càsa de mórt del diàol.
De sentìla i la sentìa töcc, ma de èdìla i la edìa ‘n póch; e chi póch i dientàa bianch de caèi de pura e dè stremése, e i perdìa i décc, e, del lé ‘n pó de tép, i mürìa.
Sta càsa l’éra portada e compagnada da tance cà; de gròss e pisègn e mal formàcc; i ghìa i öcc róss fömeghecc che i fàa ciàr, öna lèngua de föch e per de piö i usàa, i cainàa e i casàa fò érs che i ta fàa pura da ‘ncagiàt ol sangh o de crapà de spaént, ‘ndo i pasàa i brüsàa e i pestàa sö töt che de pracc e càp èl restàa ‘n pé negót.
Stöf de èt la buna zét a mör, ol vèscof l’ìa pensàt de spedì n’da àl ü de chi précc sàncc, col ségn di benedissiù, bu de guarì i malàcc e de strepàga de dòss ol diàol a töcc i ‘nvasàcc. Ol prét el sia ‘mpostat in sema a ü cosciöl ‘ndo s’vedìa de spèss a pasà la càsa de mórt del diàol. L’ pasàa di nòcc e nòcc ma la càsa gne s’la èdìa gne s’la sentìa; e la zét la baiàa che sta ölta gne l’acqua santa l’avrèss cünfinàt ol diàol.
Ma öna nòcc li sciópa ü temporàl pié de sömelèch (‘l ghìa mìa ‘ntöta la àl ü sul ciarì ‘mpés), e la càsa de mórt del diàol, portada amó dai cà, ma staölta piö bröcc e piö catìf del solèt, la sa fa èt pròpe ‘nsema a la spónda ‘ndoe l’sìa piantàt ol prét.
In chèl momént l’ parìa la fì del mónd tat ol cél a l’balàa co la tèra come se s’föss dré a bötaga adòss l’acqua frégia a öna culada dè fèr sbroiét.
Ma quando ol prét, sbiadìt e sbatìt de la pura, l’à smenàt per ària i bràss a benedì e a scongiurà, la tèra l’à facc öna crèpa denàcc ai so pé, ‘ndóe töcc i à ést e sprofondàs la càsa de mórt del diàol.
Da quèla nòcc piö nesü i à ést gnè sentìt ‘n da àl la càsa de mórt del diàol.
Ma quando i turna i nòcc bröte e fósche de temporài e quèle cólde e sofeghéte ‘n giro per i contrade e söi mucc to séntet i ècc a pregà, i dìs sö ol rosare e i séra sö i porte ‘ntat che i matèi i càsa zó la crapa sóta i coérte per pura che l’ turnèss indré ‘n di sömelèch la càsa de mórt del diàol.
Il tema fondamentale che ricorre in questa leggenda è la continua lotta del bene e del male incarnati dalle figure del prete e del diavolo.
Il prete
Il prete, che si oppone al male, si trova a svolgere una funzione che attraversa i confini della religione per giungere spesse volte nel campo della magia, interviene leggendo un antico e misterioso libro nero, con gesti e frasi incomprensibili, assicura l’allontanamento delle forze negative come i temporali o i parassiti della terra che distruggevano i raccolti.
Nell’opinione popolare, i preti con queste particolari proprietà di opporsi e sconfiggere le forze della natura si diceva che avevano la “fisica”.
Il diavolo
Il diavolo, che nelle leggende si contrappone al bene, viene rappresentato con la pelle rossa, rugosa come quella del rospo, le corna, la coda e i piedi di mucca o di capra, a volte per trarre in inganno le persone assume l’aspetto di un bel giovane, senza riuscire però ad eliminare del tutto le sue caratteristiche animalesche.
I divertimenti
Nonostante la povertà e la precarietà della vita i nostri antenati trovavano vari modi per socializzare e per divertirsi. Ecco che cosa risponde il parroco di Oneta Don Gerolamo Epis il 27 luglio 1710 al vescovo Agostino Priuli in occasione della visita pastorale in merito ai divertimenti: “Alle chiese si porta rispetto; pareva ai tempi passati che si praticasse qualche irriverenza alla chiesa parrocchiale in occasione del giorno della balla (1) e delle borline (2), per essere la piazza pubblica situata avanti la porta maggiore della istessa parrocchiale, ora però s’è levato ogni ostacolo e gli viene portata la dovuta riverenza. I giochi perniciosi che sono quelli delle carte, sono quasi del tutto levati. I balli per grazia di Dio sono sterminati; l’uso però, o per dir meglio abuso di fare l’amore mi fastidia assai, nè lo posso sradicare; quest’anno però vivono assai più ritirati et hanno abbandonato i giochi e le bettole, spendono però il tempo oziosamente et bramerei che frequentassero maggiormente le chiese e i santuari”.
Fra i divertimenti che incontravano la massima opposizione da parte della Chiesa con severe “reprimende” dei parroci nelle omelie figura il ballo con l’immancabile fisarmonica. In occasione delle sagre paesane e in particolari ricorrenze religiose o nelle feste nuziali, c’era sempre il suonatore di fisarmonica che teneva allegre le compagnie nelle numerose osterie di Oneta. Fra i vari suonatori che con valzer e mazurke rallegrarono le feste nelle nostre frazioni dal 1890 sino ai primi anni cinquanta sono ricordati Dallagrassa Giovanni dei Molini detto “ol gobèt” (n. 1848 m.1926), un suonatore di Cene detto “ol gandòss” , uno di Casnigo detto “ol bragù” e uno di Ponte Nossa detto “ol polachì”.
Molti di questi personaggi pittoreschi conducevano una vita errante di paese in paese, da osteria a osteria, si accontentavano per le loro prestazioni musicali di un piatto di minestra e di un povero giaciglio.
(1) Il gioco della “balla” si svolgeva con le stesse regole della palla elastica, ma con l’utilizzo di una pallina rivestita di cuoio grande quanto una pallina da tennis. La partita iniziava con un battitore che faceva rimbalzare la “balla” su un tamburello messo per terra direzionando la battuta verso la squadra avversaria, cercando di ottenere un salto più lungo possibile in modo tale da rendere più difficile il rinvio. Ogni gioco vinto dava diritto alla prima battuta sul tamburello.
(2) Le “borline” erano simili alle bocce, ma di dimensioni più piccole e solitamente fatte di ferro. Le regole del gioco non dovevano essere tanto diverse da quelle attuali, certamente non vi erano campi livellati, si giocava quindi sulle aie e negli spazi disponibili.
E’ stato possibile ricostruire il gioco della “balla” grazie ai ricordi del Sig Epis Tobia (classe 1913)
IL Municipio
1991 - Il 15 dicembre viene inaugurata la nuova sede comunale, l’edificio moderno e funzionale, costato circa un miliardo, è stato ricostruito sullo stesso spazio del preesistente municipio realizzato nel 1922, dove al piano terra sino al 1975 vi erano le aule della scuola elementare, mentre il piano superiore era destinato alle specifiche funzioni amministrative. L’antico edificio del Comune, testimone di tanta storia di Oneta, era ubicato in piazza chiesa all’attuale civico numero 1.
I sindaci di Oneta
Periodo Nome
1888-1900 Pietro Borlini
1900-1906 Giov. Battista Epis
1906-1909 Giuseppe Ricuperati
1909-1914 Giov. Giacomo Epis
1914-1920 Ippolito Borlini
1920-1923 Lodovico Epis (sino al novembre 1923)
1923-1924 Giov. Maria Bertacchi (commissario Prefettizio sino al ottobre 1924)
1924-1927 Giuseppe Ricuperati (Podestà sino al 17.12.1927)
1927-1943 Bonaventura Epis (Podestà sino al settembre 1943)
1943-1945 Edoardo Polli Epis (sino al giugno 1945)
1945-1946 Pietro Zanni (sino al marzo 1946)
1946-1947 Francesco Ricuperati (sino al 29.6.1947)
1947-1953 Andrea Bosio
1953-1956 Evaristo Bonandrina (sino al maggio 1956)
1956-1960 Andrea Bosio
1960-1962 Andrea Bendotti “Miro” (dal 13.11.1960 al 11.11.1962)
1962-1964 Michele Bonandrini
1964-1967 Luigi Frigerio (dal 29.11.1964 al 11.3.1967)
1967-1970 Giovanni Epis
1970-1975 Luigi Frigerio
1975-1980 Giovanni Epis
1980-1995 Remo Imberti
1995- Emanuela Rodigari
Il teatro
Nel seminterrato del vecchio comune demolito nel 1990 c’era un piccolo teatro col suo palcoscenico dove in alcune occasioni si assisteva al “teatro dei burattini” con le straordinarie maschere del Giopì, l’inseparabile Margì e il loro figlio Bortolì, che hanno deliziato generazioni di piccoli spettatori. Sulla scena il “Gioppino” si presenta come figlio del fu Bortolo Zuccalonga e di Maria Scatolera, contadini. La sua faccia è bonaria e ilare con il collo deforme per tre gozzi madornali, che sono la sua caratteristica fisica. Il linguaggio è rozzo, è bonaccione, con tanto cuore, è paziente fino a che non gli fanno infiammare le “granate” o i “coralli” come poeticamente chiama la sua gozzaia.
La geniale maschera del “Giopì” è il capolavoro della comicità paesana, è l’interprete meraviglioso del nostro passato mondo contadino; intere generazioni hanno riso con semplicità di cuore, ricavando sollievo e diversivo alla dura fatica quotidiana ed alla loro eterna povertà.
Sempre nell’ambito delle rappresentazioni popolari, il piccolo teatro è stato utilizzato per decenni dalle varie compagnie “Filodrammatiche” del luogo che, recitando in dialetto, hanno offerto spettacoli ricchi di vita, ispirati a buoni sentimenti, quasi sempre intrecciati su vicende amorose. Le commedie riflettevano fedelmente molti lati simpatici della vita del popolo riscuotendo un grande successo.
L’ultima commedia della compagnia Filodrammatica di Oneta che si faceva chiamare “Ars et labor”, diretta dal Sig. Epis Marco, era intitolata “La contessa di Volmar”e venne rappresentata il 7 maggio 1977.
Cronotassi dei parroci
La maggior parte della storia riportata in questo libro è dovuta alla figura di questi uomini di chiesa sempre presenti nei fatti umani che caratterizzarono la vita spirituale, morale e civile di Oneta. Nel menzionare i nomi dei parroci che si sono succeduti nei secoli nella cura delle parrocchie di Oneta si intende tributare un omaggio di riconoscenza per la loro vita di fedeltà alla Chiesa, esplicata con una continua dedizione al primario impegno della formazione spirituale e nella conservazione ed accrescimento del patrimonio artistico e culturale del paese.
I parroci di Oneta
Chiesa S. M. Assunta fondata nell’anno 1014
Nome Periodo Nativo di
Bonus de Tirasingis 1509-1529
Bernardo de Morattis 1529-1539
Betinus de Zorzonibus 1539-1575 Zorzone
Giovanni de Eppis 1575-1590 Oneta
Michele Scolari 1590-1604 Zorzone
Giuseppe Carrara 1604-1624 Oltre il Colle
Giov. Maria Aquilino 1624-1626 Oneta
Giovanni Eppis 1626-1627 Oneta
Gian Paolo l’Olmo 1627-1629 Clusone ?
Gian Francesco Mosconi 1629-1631 Leffe
Giovanni Giacomo Carobbio 1631-1635 Oneta
Giovanni Eppis 1635-1667 Oneta
Pietro Antonio Eppis 1667-1692 Oneta
Gerolamo Epis 1692-1712 Oneta
Mattia Epis 1712-1724 Oneta, fratello di Gerolamo suo predecess
Giovanni Epis 1724-1766 Oneta Parroco per 42 anni
Girolamo Epis 1766-1796 Oneta
Tommaso Epis 1796-1831 Oneta
Giovanni Scarpellini 1831-1841 Verdellino
Girolamo Piatti 1841-1857 Rosciate
Angelo Rota 1857-1872 Palazzago poi parroco a Zorzino
Aloisio Gaetano Olmo 1872-1888 Clusone poi parroco ad Albano S.A.
Antonio Canova 1888-1921 Castione Poi parroco a Suisio
Ettore Cacciamali 1921-1927 Ardesio muore a Oneta
Bellarmino Filisetti 1927-1936 Ardesio poi vicario a Gandino
Giacomo Torri 1936-1954 Gandino poi parroco a Mapello
Rodolfo Brumana 1953-1967 Costa Imagna poi parroco a Credaro
Giuseppe Gustinetti 1967-1982 Rota Imagna poi parroco a Filago
Lanfranchi Bernardo 1982-1988 Casnigo poi missionario in Equador
Lino Togni 1988-1995 Paladina poi parroco a Fiobbio
Vincenzo Valle 1995- Oltre il Colle - Parroco di Oneta e Gorno
I parroci di Chignolo
Giovanni Maria Petrogalli 1627-1630 Clusone
Marco Antonio Stocchi 1630-1642 Castione
Giovan Battista Facchetti 1638-1642 Treviglio
Bernardino Nighersoli 1642-1645 Clusone
Martino Regolino 1645-1654 Gorno
Gregorio Cossali 1705-1706 Parre
Giovanni Quarenghi 1706-1712 Rota Fuori - Valle Imagna
Giovanni Tiraboschi 1713-1720 ?
Giacomo Zanetti 1721-1764 Chignolo (parroco per 44 anni)
Pietro Borlini “Furia” 1764-1794 Chignolo
Bartolomeo Zanetti 1794-1803 Chignolo
Antonio Noris 1803-1807 Pradella
Giovan Maria Franchina 1807-1821 Casnigo
Giovan Battista Borlini 1822-1845 Chignolo
Giovan Maria Baronchelli 1845-1854 Nasolino
Giuseppe Chiodini 1854-1857 Costa Mezzate
Carlo Argenti 1857-1869 Bergamo
Giovanni Zucca 1870-1884 Vertova
Lazzaro Secomandi 1884-1908 Pontida
Luigi Bonardi 1908-1912 Predore (sino al 31 dicembre)
Giacomo Cominelli 1913-1935 Cerete Alto
Agostino Fornoni 1936-1942 Gromo S. Marino
Luigi Titta 1942-1957 Premolo
Marcello Zanchi 1957-1962 Vertova
Isidoro Salvi 1963-1968 Valle Imagna
(*) 1968-1989
Leopoldo Mosconi dal 13.6.1989 Leffe
(*) Per 21 anni consecutivi la parrocchia viene amministrata dai parroci di Gorno.
I parroci di Cantoni
Giovanni Sibella 1879 -1888 ?
Cesare Masserini 1888 -1900 Gazzaniga
Giuseppe Perani 1900 -1910 Vertova
Antonio Salvoldi 1910 -1916 Ponte Nossa
Vittorio Cavagnis 1916 -1920 Serina
Pietro Boffelli 1920 -1937 Camerata
Giovanni Zoppetti 1937 -1941 Sovere
Emilio Bonaita 1941 -1958 Martinengo
Angelo Cavagna 1959 Delegato dal vescovo, economo spirituale
Lorenzo Zoppetti 1959 -1.3.1976 Vilmaggiore di Endine
Davide Previtali 1976 Berbenno (non congruato-pro tempore)
Vincenzo Maffeis 1976 - 1980 Parroco di Gorno (Vicario economo)
Giuseppe Gustinetti 1.4.1980 Parroco di S.M. Assunta - Pro tempore
Valentino Savoldi 1.6.1980 -1982 Ponte Nossa
Lanfranchi Bernardo 1.5.1982 -1984 Parroco di S.M. Assunta - Vicario economo
Mons. Bortolo Belotti 1.2.1984 -1995 Comenduno di Albino
Vincenzo Valle 29.10.1995 Oltre il Colle - Parroco di Oneta e Gorno
BIBLIOGRAFIA E ARCHIVI CONSULTATI
· Archivio parrocchiale di S.M. Assunta - Villa
· Archivio parrocchiale di S. Antonio Abate - Cantoni
· Archivio comunale di Oneta - parte storica
· Archivio di Stato - via T. Tasso - Bergamo
· Archivio Curia Arcivescovile - via della Signora - Milano
· Archivio della Veneranda Curia Vescovile - Bergamo Alta
· Biblioteca Civica Angelo Maj - Bergamo Alta
· Musei Vaticani - Sezione epigrafi paleocristiane
· Armanni Francesca - Chignolo, anch’io ho una storia
· Belotti Bepi - Diavoli pitocchi e streghe
· Bonetti Giosuè - La madonna del Frassino (ricerche non pubblicate)
· Bossaglia Rossana - Catalogo delle opere dei Fantoni (edizione 1978)
· Compagnoni Don Martino - Costa Volpino
· Ferrari Don Bartolomeo - Vertova, appunti di storia
· Furia Luigi - Gorno, appunti di storia e di costume
· Ghirardelli Aldo - Leffe e le sue chiese
· Gusmini Don Pino - Vertova medioevale
· Gustinetti Don Giuseppe - La voce della Val del Riso (pubblicazione locale)
· Maffeis M.R. e Vaccari M. - La peste (quaderni del Misma)
· Olmo Don Luigi - Storia della apparizione della Madonna del Frassino (Edizione 1877)
· Orlando Alessandra - Articolo Dossier sul riordino dell’archivio comunale di Oneta
· Priuli A. - Preistoria nelle Alpi (quaderno di divulgazione scientifica)
· Volpi Luigi - Usi costumi e tradizioni Bergamasche